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giovedì, 29 maggio 2008
 

TEMPUS FUGIT

Forse perché ti vedevo felice così

(Mango, Bella d'Estate)


Volevamo scoprire dove finiva la baia ma la baia è finita con noi che ci siamo smarriti. Nell’entroterra, sotto il sole a picco delle due del pomeriggio. In quella parte del mondo mio padre sa essere indicibilmente crudele. Mangiavamo la polvere a ogni passo, le gambe gonfie e neanche un albero lungo la strada. D’un tratto ho pensato: mi sdraio per terra e mi lascio morire. Ma quando infine la spiaggia è sbucata all’orizzonte abbiamo scoperto una riserva di energie da qualche parte che non sapevamo di avere. Abbiamo corso a perdifiato, verso il mare, e l’acqua sembrava così fredda da mozzarci il respiro. E poi ci siamo stesi sulla sabbia a ritrovare i battiti del cuore, mentre sopra i nostri nasi i calabroni si schiantavano nel sole.

Le stagioni hanno quasi concluso il loro ciclo. Le tue lenzuola invertite per errore, lo trovavi divertente, dicevi: dentro agli angoli ci puoi mettere i piedi. E poi al mattino che non era un mattino mi sono svegliata e non mi è sembrato affatto strano che fossi lì davanti a me e chissà da quanto tempo mi stavi guardando, i nostri capelli sparpagliati dappertutto. Le sei del pomeriggio e io devo cercare la mia auto scordata chissà dove e tornarmene a Firenze, ché domani è lunedì. Lungo la strada hai annusato l’aria, detto: non c’è odore di quella roba lì... le polveri sottili. Vedrai che viaggiare di notte è più bello. Come se tutta la vita non avesse fatto altro che condurmi fino a quell'istante lì.

C’era un vento così forte che ti sentivi strappar via la pelle dalla faccia. Lo chiamavano Melteni. Io sapevo solo che le mie mutande continuavano a sparire dal balcone sparpagliandosi sul prato. Nella notte avevo pianto pensando a quel mio antico amore lì, che il mare lo amava esattamente come me. Quel gatto miagolava alla finestra, gli abbiamo dato i resti della nostra colazione per due giorni e poi lo abbiamo fatto vomitare. Giona nella balena felice fu, almeno fino al terzo dì.

Abbiamo attraversato l’inverno. Cercavi i miei calzini incastrati chissà dove. Avevi stretto le mie mani dentro alle tue tasche, ti dicevo: ho il rigor mortis. Ho aperto le braccia nel vento e confessato che quello per me era essere liberi. Come se il mondo non fosse importante.


Il tizio salta in piedi sul bancone e prende a spargersi dello sciroppo di fragole sui polsi. Stacca un manico dalla spina della birra, lo porta alle labbra come se fosse un microfono, finge di cantare. Non capisco le parole ma le posso immaginare. Il suo socio alla consolle fa ripartire la canzone. Si chiama Dimitris, è lui a regalarmi quel cd. Avrei potuto spezzargli il cuore se solo avessi avuto il tempo. Il tizio adesso sta in spiaggia, lo vedo piccolo e scuro contro il sole, sopra una duna in vicinanza della rete da beach volley. Dimitris alza il volume e punta un dito nella sua direzione. Look, mi dice. Tutto quanto ha il sapore dell’amore quando parla una lingua che non sei in grado di capire.

Guarda che calze, hai detto. Non c’era mai riuscito nessun altro a farmi imbarazzare. Ti ho tenuto per mano lungo la via del ritorno perché non ti schiantassi in mezzo alla strada e ci siamo intrecciati attorno a un palo e abbiamo riso scontrandoci col naso e tu d’un tratto ti sei adombrato dicendo: lo so che mi avresti lasciato. E la tua mente era già chissà dove, in qualche luogo che finiva con me che mi smarrivo, scordando quel fiore sul davanzale di qualcuno, mentre gridavo nel vento che no, io non ti avrei lasciato.


Bonus track:
Chris Isaak, Wicked Game

Juditta | commenti (3)



martedì, 20 maggio 2008
 

COSA FARO' DA GRANDE

E un futuro invadente, fossi stato un po' più giovane,
l'avrei distrutto con la fantasia

(Francesco De Gregori, Rimmel)


L’aspetto più fico dell’essere adulti è che tutti sanno sempre esattamente cosa vuoi.
Tranne te.
 
Da bambino sei un nugolo di potenzialità, ma soprattutto non sei chiamato ad avere alcuna volontà propria, per cui al massimo tutti sanno cosa vogliono per te. Nel mondo infante puoi scegliere se fare merenda da Pippo o andare a casa di Cesco a provare il suo nuovo videogioco per la Play, guardare i cartoni di Italia Uno o sui canali di Sky, sperimentare se infilando le dita nella presa elettrica muori davvero come dice la mamma e mille altre cose ancora. Quello che conta è che una volta giunta l’ora di andare a dormire qualcuno ti infilerà nel letto e spegnerà la luce, che tu lo voglia o no.
 
Da ragazzino sei costretto a fare i conti con le pulsioni dell’età, con la scioccante scoperta del mondo vero e con tutta una serie di alterazioni fisiologiche come le mestruazioni e le canne, per cui tutti sanno a priori che qualunque cosa tu voglia è sbagliata e tentano l’ultima disperata manovra per convincerti a volere quello che avrebbero voluto loro per se stessi e che non sono riusciti a ottenere (d’altronde, se l’avessero ottenuto avrebbero desiderato qualcosa di diverso). Nel mondo ragazzino puoi scegliere se frequentare l’Istituto D’Arte o la scuola di Ragioneria, puoi militare nella squadra di basket cittadina o prendere lezioni di chitarra, uscire con la compagnia dell’oratorio o formare un binomio inscindibile con quello sfigato del tuo compagno di banco, eccetera. Quello che conta è che ogni cosa che fai produce un tale rinculo che tutto quello che vorrai da quel momento in poi sarà: qualcosa di diverso. 
 
Da adulto non hai via di scampo. Ogni tua scelta contingente (sobria o sbronza), ogni tuo atteggiamento (sobrio o sbronzo), ogni parola che pronunci (da sobrio o da sbronzo) è agli occhi di tutti l’inconfutabile espressione di un’impostazione archetipica che hai nel cervello e che si traduce nella definizione che vuoi dare alla tua vita. Man mano che ti ritagli il tuo spazio nel mondo il campo di scelta si restringe radicalmente.
Fai un lavoro che ti gratifica o tiri a campare con il posto da cassiere che hai rimediato all’Ipercoop. Sei accoppiato o sei single. Hai una casa tua o vivi ancora con i tuoi genitori. Frequenti persone accoppiate o formi ancora un binomio inscindibile con quello sfigato del tuo compagno di banco. Quello che conta è che in tutti i primi i casi sei un soggetto brillantemente inserito nel tessuto sociale, nei secondi sei una merda.
 
Pare che la vita di un adulto, nella sua massima espressione, si completi nella seguente triade:

- lavoro: socialmente interessante
- famiglia: socialmente interessante
- via di fuga ai due precedenti punti (traducibile nel gruppo degli amici d’infanzia, nella bocciofila, nel club dei canottieri e via dicendo): socialmente non interessante

Sono consapevole dell’aver utilizzato il verbo pare.
Perché questo è ciò che ci vuol far credere il Sistema (Dio, se fa fico usare questa parola).
 
Ad esempio. Quando conosco una persona, la prima domanda che mi sento rivolgere è: quale lavoro fai? Sono un’impiegata statale, rispondo. La persona immagazzina l’informazione e passa al secondo punto socialmente interessante, considerando il primo già archiviato. D’altronde ho quasi trent’anni e sono un’impiegata statale e per la legge del duepiùdueugualequattro è logico supporre che sarò un’impiegata statale per il resto dei miei giorni. ORRORE. Ma la gente del mio orrore se ne frega, lei le sue conclusioni le ha già tratte. Potrei aver scritto un libro sensazionale e aspettare solo una pubblicazione per sconvolgere il mondo di una consapevolezza nuova che ci impedirà di essere ancora infelici, potrei fare del volontariato presso l’Associazione Prossimo Insediamento Degli Umani Su Marte o star collaborando alla costruzione della moderna Torre di Babele per arrivare fino in culo: non fregherebbe un cazzo a nessuno. Sono un’impiegata statale, e questo è quanto.
 
La seconda domanda è: sei fidanzata? Rispondo che no, non lo sono. Al che nella mente del mio auditorio scatta un livello maggiore di complessità logica. La prima inaggirabile deduzione è che sono infelice. Poiché la società moderna ci ha cresciuti secondo lo schema per cui la massima realizzazione della vita di un individuo è la coppia e questo comporta che, qualora esistano individui che vivono benissimo pur non essendo accoppiati, essi si sentano in diritto di essere incommensurabilmente tristi, perché il loro status non corrisponde alle aspettative della società tutta. ORRORE. Ma la gente del mio orrore se ne frega. Potrei credere nell’esistenza di una cosa chiamata Amore, che si suppone essere il motivo per cui all’alba dei tempi si formò la prima coppia. O forse il motivo era una serie di istinti animali insiti nel nostro patrimonio biologico – la biologia effettivamente ci frega, tendendo a spingere anche solo in maniera occasionale nella direzione socialmente condivisa. A meno che voi non crediate a quelle palle di Adamo ed Eva e la costola perduta e What If God Was One Of Us, e qui ci sarebbe materiale di discussione su un altro dei Grandi Mali che affliggono la società contemporanea, ma infognarcisi adesso significherebbe cagare fuori dal vaso. Scusatemi se preferisco evitare, ché qui le pulizie le faccio io.
 
Conclusioni.

Qualche giorno fa sono incappata in un’inchiesta alla tivù, in cui si considerava la tragedia moderna dell’abitudine a non sfornare più figli. Mia nonna ne seguiva ogni dato statistico con aria allarmata. Mi sono lasciata sfuggire la seguente domanda: la situazione è davvero così grave? Eccerto che lo è, mi ha risposto mia nonna, come se le avessi appena chiesto se è vero che col fuoco ci si brucia. Perché – mi ha spiegato – stiamo andando sempre più incontro a una società di anziani, in cui pochi lavoreranno e molti saranno dei pesi a carico dell’economia tutta. Avrei voluto dirle che continuavo a non vedere la situazione così preoccupante come la vedeva lei. A parte il fatto che mettere al mondo un figlio oggi non è così semplice come lo era ai suoi tempi (io ad esempio ho ventisette anni e un certo istinto materno incalzante ma se anche trovassi una persona con cui decidere di sfornare un marmocchio con cosa lo camperei? con la non certezza di avere ancora un lavoro tra un anno, alla scadenza del contratto?). Ma soprattutto, nonnina cara – avrei voluto dirle – con lo stile di vita che seguono i giovani d’oggi, sia per scelta che per imposizione dall’esterno, c’è ancora qualcuno che crede che arriveremo all’età della pensione?

La risposta, come sempre, sta in quel bicchiere lì davanti.
Perché quello che conta è che che una volta giunta l’ora di andare a dormire qualcuno ti infilerà nel letto e spegnerà la luce, che tu lo voglia o no.


Bonus track:
Bon Jovi, Wanted Dead Or Alive


Juditta | commenti (15)

 

CRONACHE DALLA FINE DEL MONDO: GIVE ME A REASON TO LOVE YOU

All’inizio c’era lei e con lei due ragazze. La più grande aveva dei problemi. Come dicono da queste parti, era una disgraziata, ma così bella che non la riusciresti a immaginare. Usciva qualche volta a buttare l’immondizia in tutta fretta, poi un giorno nessuno l’ha più vista. Non si sa dove sia finita. E poi è partita anche lei, è tornata con quest’uomo, e la bambina. La bambina avrà due, forse tre mesi. Piange sempre in quel modo straziante e immediatamente si zittisce. Chissà come fanno, a calmarla così. Forse non lo voglio sapere. A volte lui picchia la donna. Li senti gridare, in quella loro strana lingua. Lui lo vedi affacciarsi alla finestra, di quando in quando, per stendere il bucato. Devono essere islamici perché stendono sempre un sacco di quelle lunghe tuniche che non lasciano scoperto nient’altro che gli occhi. Lei – lei non la vedi mai.
 
Una volta devo aver conosciuto una ragazzina albanese di nome Denada. Ricordo che facevamo sempre degli stupidi giochi di parole riguardo al suo nome. Grazie, diceva lei. Denada, rispondevamo noi. L’avevo conosciuta tramite la mia amica Claudia che se la portava sempre appresso. Anche se la parola conoscere indica qualcosa che non ho fatto mai. Semplicemente un giorno me la trovai a fianco per la strada mentre andavamo a scuola. Ricordo che aveva lunghe trecce nere e che non parlava mai. Tranne quando diceva: grazie. Devo aver pensato che fosse l’unica parola che conosceva della nostra lingua. Denada, rispondevamo noi. Non ne sorrideva mai. Era una di quelle cose che pensi non possano esistere più, che si portano i libri stretti al petto anziché nello zaino. Credo che non avesse uno zaino perché a volte ci offrivamo di infilare i suoi libri nei nostri e di portarli per lei. Grazie, diceva lei. Denada, rispondevamo noi. Poi un giorno come era apparsa è sparita. Forse si era anche un po’ rotta le palle di sentirsi rispondere sempre in quel modo. Forse non capiva neppure perché lo facevamo. Forse non lo capivamo neanche noi. E’ buffo pensare come di lei mi fossi completamente scordata. Eppure ogni volta che qualcuno mi scrive “grazie” mi viene da rispondergli “denada”. E lo scrivo così, tutto attaccato.


Bonus track:
Portishead, Glory Box


Juditta | commenti

 

CRONACHE DALLA FINE DEL MONDO: IT'S A MEN'S WORLD

Gli uomini non credono mai veramente in quello che fanno.
Oppure.
Ci credono troppo e finiscono col perdere il senso della realtà.

Clark Gable non voleva recitare in Via Col Vento. Diceva che la casa di produzione lo aveva incastrato. Non sapeva niente della storia nel complesso, non voleva saperlo. Girava la sua scena e se ne andava. Non imparò mai a ballare, non volle mai imparare niente che riguardasse quel film. Nella scena in cui balla assieme a Vivien Leigh i due sono fermi su di una pedana che ruota e i loro piedi non vengono inquadrati. Quando poi il film uscì nelle sale e Gable finalmente lo vide, disse: cazzo – o qualcosa del genere. Disse: è l’unico film in cui ho recitato davvero.

L’attore che interpretava Leroy Johnson in Fame! (Saranno Famosi), quell’angelo danzante per cui tutte noi trentenni quando eravamo ragazzine abbiamo versato copiosi fiumi di saliva, era stato prelevato da un ghetto, piazzato sul set di quel serial cult che è stato appunto Fame! e in un lampo diventò quello che è stato. Leroy Johnson. Nessuno ricorda il suo vero nome. Non lo ricordava più nemmeno lui quando è morto a poco più di quarant’anni col cervello spappolato dalle droghe. Si era talmente incastrato nel proprio personaggio da non riuscire più a uscirne. Di più, da fare di tutto per cercare di rientrarne.

Al Rhode Island Hospital vive un gatto di nome Oscar. E’ nato nel reparto malattie terminali, è nato là dentro, in mezzo alla morte. Ogni mattina fa il giro del reparto, annusa l’aria – dicono – e poi fa quella cosa, quella cosa che fanno i gatti: fa un giro su se stesso e si accoccola ai piedi di un letto. Il malato che sta dentro a quel letto morirà entro le prossime due ore. Il fenomeno è già stato verificato così tante volte che ormai quando Oscar si acciambella vicino a un malato i medici si apprestano a chiamarne la famiglia. Gli stolti odiano quel gatto, ritengono che sia uno iettatore. Gli stolti credono alla sfiga, come gli uomini delle caverne avevano timore del sole solo perché sorgeva ogni mattina per poi sparire ancora alla sera al di là dell’orizzonte. Per pensarla diversamente bisognerebbe ammettere che c’è una sorta di energia che sta tutta attorno a noi e che ci sono individui – o gatti – capaci di captarla. E a quel punto verrebbe spontaneo il domandarsi: perché? Per quale ragione alcuni di noi hanno ricevuto questo dono? Che utilità potrebbe mai avere? E’ un pensiero troppo grande, capite, perché una mente limitata riesca a contenerlo. Ma se portaste via quel gatto dal reparto in cui è nato la gente continuerebbe a morire ugualmente.


Bonus track:
Violent Femmes, Color Me Once


Juditta | commenti

 

REVOLUTION IS MY NAME

Gli hippie volevano cambiare il mondo, l'hardcore voleva cambiarti la testa.

(a cura di STEVEN BLUSH,
American Punk Hardcore)


Secondo Johnny Depp in Neverland ogni volta che un bambino dice di non credere alle fate una fata cade morta.


Tanto io non ci credo, dice il mio Contemporaneo. A Gesù, all’amore eterno, alla carie dei denti. E io cado morta.

La prima volta che sono stata all’estero di mia iniziativa non facevo che pensare all’Italia. Agli spaghetti col sugo della nonna, di cui mi portavo addosso l’odore perché all’estero ci conoscono per questo. Non sanno che un sacco di giovani italiani che vivono da soli sono costretti a comprarseli al discount e che quelli scuociono in cinque minuti. Ma per loro non farebbe differenza, quando ero ospite di quella famiglia francese loro gli spaghetti li lasciavano in pentola così a lungo che diventavano una palla. Pensavano di farmi sentire a casa, mettendo in tavola il mio cibo. Ma io non ero lì per sentirmi a casa. Volevo sentirmi in un paese straniero, respirarne l’essenza, vivere come vive chi è diverso da me, e poi a casa ci sarei ritornata, arricchita di nuove esperienze, senza bisogno di un piatto di spaghetti per trovare il mio posto nel mondo.

Il nostro paese ha dei grossi problemi e noi crediamo di risolvere qualcosa scappando in un altro paese. Ma se non riusciamo a sentirci parte di qualcosa nel luogo in cui siamo nati, dove abbiamo le nostre radici, come possiamo pensare di farlo in un posto di cui nemmeno condividiamo la lingua? Dopo l'iniziale fascinazione, la scoperta di sistemi e costumi diversi, saremmo più persi di prima. Il nostro paese ha dei grossi problemi e questi problemi portano i nomi dei suoi cittadini.

Ci fanno pagare l’ingresso ai musei e questa è la cattiva notizia. Così finisce che ci vanno soltanto i turisti, che in vacanza ci si può permettere di spendere qualche soldino in più. E noi ci infossiamo nelle spalle pensando che tanto cazzo c’è da vedere agli Uffizi, ci passo davanti ogni giorno. Questa è la Più Cattiva notizia. Non ricordiamo più chi siamo. Non abbiamo coscienza di essere un popolo. Millenni di storia ci sono passati addosso, Roma è più alta di un paio di metri, adesso. Non è che Giulio Cesare era basso, è che ci stava sotto i piedi. Ma in quelle buche enormi al lato della strada chi ci guarda mica più? Forse sarebbe il momento di coprirle, ché qualcuno si potrebbe fare male.

Io allo Stato non ci credo, dice il mio Contemporaneo. Certo a QUESTO Stato è difficile credere. Ma io credo ancora che le cose possano cambiare. Può sembrare assurdo parlare ancora di Rivoluzione oggi ed è quello il problema più grande. Il mondo si è fermato perché NOI ci siamo fermati.

E sarà che io mi porto appresso questo nome ingombrante, il nome di un uomo che ci ha creduto davvero, che l’Unità si potesse fare, e ha lottato per questo. Ma l’Unità non si è fatta mai, se non in tipografia (in ogni caso parole parole parole). Ancora c’è chi parla di terroni, chi sostiene che la Toscana finisca sotto Siena, a Milano non esiste più neppure un milanese, genovesi braccini corti, mi può ripetere che diavolo ha detto Compare Turiddu? Il Comandante diceva che la Rivoluzione non si ferma mai. Significa che non dobbiamo adagiarci sugli allori per quello che abbiamo ottenuto, la Rivoluzione deve continuare nelle nostre case, con le nostre famiglie, sul nostro posto di lavoro. Non è il mondo che deve cambiare, siamo noi che dobbiamo cambiare per poter cambiare il mondo.

Non so se lo hanno detto Johnny Depp o Che Guevara ma se non lo hanno detto loro allora ve lo dico io. La Rivoluzione comincia dai nostri cuori. Comincia nei nostri cuori.

Tanto non cambia mai niente, dice il mio Contemporaneo.
E io cado morta.


Bonus track:
Converge, First Light/Last Light


Juditta | commenti

 

JT LEROY

Non abbracciarmi, non serve a riempire i miei vuoti di memoria

dimmi solo perché non ho mai saputo niente

 

(La Quiete, Greyskull)



“Mamma, perché non ho un fratellino?” Non l’aveva mai chiesto. Aveva come l’impressione che la risposta non le sarebbe piaciuta. E i bambini non sbagliano mai.

“Barbie, perché non abbiamo un bambino?”
Barbie mise una mano sulla spalla di Ken.
“Sono i bambini che hanno noi, sciocco.”
Quella risposta le piaceva di più.


Mamma stava sempre chiusa in bagno. Papà la spiava dal buco della serratura e quando lei gli chiedeva cosa stesse facendo diceva soltanto: “sto controllando che mamma non si faccia del male.” Quel giorno papà non era in casa, dunque si mise a guardare dal buco, per controllare che mamma non si facesse del male. Vide solo un sacco di vapore. “Entra, lo so che sei lì” disse la voce di mamma. Entrò. C’era un sacco di vapore. Mamma era nuda davanti allo specchio. “Che fai?” “Ti preparo una sorpresa per il tuo compleanno.” Indicò il termosifone. Sopra c’era un fagotto che stava scaldando. “Aprilo” disse la mamma. Lo aprì. Nascondeva un aborto calcificato. “Lo so che volevi tanto un fratellino.”
Aveva come l’impressione che non avrebbe mai imparato a sopportare il suo odore. Non credeva che fosse un problema, d’altronde i fratelli non si sopportano mai.


“Barbie, perché non abbiamo un bambino?”
“Smettila di fare domande stupide e comincia a scoparmi.”
“Cosa significa scopare?”
“Quando lo capirai i nostri problemi saranno finiti.”
Aveva come l’impressione che invece sarebbero appena iniziati. Ripose le bambole sullo scaffale e tornò a guardare giù dalla finestra.
“Un giorno il mio fratellino volerà” si disse. “Per almeno cinque piani.”


Bonus track:
Flipper, Sex Bomb

Juditta | commenti

 

GRINDHOUSE SECONDO ME

limbo, marzo 1963
 
3. hey texas, togliti quel cazzo di cappello da bovaro dalla testa, non riesco a vedere questa merda di film.
1. questa merda di film, sottospecie di coglione, tra dieci anni andrà alla grande laggiù.
2. faresti meglio ad ascoltare tennessee, amico. ci sono tette e violenza in gran quantità: tutto quello di cui questi tempi mosci hanno bisogno. (1)
1. ben detto, bello. la violenza è in assoluto la cosa più divertente da vedere, cazzo. (2)
2. ben detto, tennessee.
1. hai una birra, bello?
2. ho solo una chango.
1. che marca è?
2. me la sono inventata.
1. forte.
2. hai una paglia, amico?
1. ho solo una red apple.
2. che marca è?
1. me la sono inventata.
2. forte. (3)
1. vuoi dei cereali, bello? ne ho dieci tipi diversi. (4)
3. volete chiudere quella cazzo di bocca? non riesco a sentire una sola parola.
2. non stanno parlando, amico. stanno scopando.
1. di checcazzo ti lamenti, bello. hai pagato un unico biglietto e ti stai sciroppando un film dietro l’altro. quintali di sangue…
2. valanghe di sesso.
3. un cazzo, stronzi che non siete altro. finalmente si vedevano le tette ed è saltata la pellicola. dove sta quel cretino del proiezionista?
2. una pellicola che salta è il minimo che possa capitare in una grindhouse.
3. grindhouse lo chiamano, questo buco del cazzo? e b-movie per cosa sta? per b-ruttissimo? per b-ella merda di?
1. per b-ella in rosa, che sarà l’unico film che una checca come te riuscirà ad apprezzare.
2. hey amico, tu sì che sai fare dello spirito.
1. perché non mi hai ancora sentito raccontare una delle mie barzellette, bello. (5)
2. dovresti raccontarle a mia moglie, amico. un giorno gliene ho detta una e lei è morta dal ridere. il cadavere l’ho nascosto sotto al letto.
1. sei già sposato, bello?
2. no, ma un giorno lo farò. ho bisogno di assicurarmi un produttore.
1. brutta storia le donne. per incastrare me ci vorrà almeno la dea dell’amore in persona. (6)
2. hey, tennessee, lo sai che ti dico? anch'io sarei capace di girare questa roba. (7)
1. sicuro, bello. e poi si fa qualche graffio sulla pellicola per invecchiarla riproducendo l’atmosfera degli anni settanta.
2. e qualche salto qua e là, e sotto ci si scrive: scusate per l’interruzione.
1. e magari ci ficchiamo nel mezzo uno spezzone in bianco e nero, per risaltare la violenza della scena.
2. e tra un film e l’altro al posto dei trailer veri ci si piazzano dei trailer di film che non esistono. inventati.
1. sei un tipo sveglio, bello. mi piaci.
2. checcazzo sei, una checca per caso?
1. no, ma un giorno sarò un grande artista del cazzo.
2. mi piaci quando dici cazzo. che altro sai dire?
1. fottuto negro di merda.
2. ce l’hai con i negri, amico?
1. no, anzi. a volte mi sento uno di loro.
2. come samuel l. jackson?
1. chiccazzo è samuel l. jackson?
2. un tipo che stava qui anni fa, era sempre in punizione.
1. checcazzo gli facevano fare?
2. lo costringevano a imparare versetti della bibbia. 
1. forte. potrei usare questa idea per un mio film.
2. potresti proprio contattare questo jackson. so che adesso se ne sta nel tennessee, dove stai andando tu.
1. grande idea, bello. me la ricorderò.
3. ricordatevi di serrare le fogne, cani malati, che qua non si riesce a seguire più un cazzo.
1. non sei tu lo stronzo che la menava perché questa roba fa schifo?
2. hey amico, non è il tuo numero quello che stanno chiamando?
3. dove? occazzo, devo andare. il mondo si sta preparando ad accogliere un vero regista, non due tuonati come voialtri.
1. si si, bello, ne riparleremo.
2. presto, tennessee, andiamo a vedere dov’è finito quel coglione.
1. riesci a vedere qualcosa, bello?
2. no. fammi un po’ di spazio, ci sono troppe nuvole qua sotto.
1. ah ecco, guarda. se ne sta andando in italia.
2. ah, povero bastardo. quelli tra quarant’anni staranno ancora girando l’ennesimo sequel di vacanze di natale.
1. ben detto, bello. il cinema italiano fa schifo.
2. cerca di non dirlo in giro però, amico. qualcuno potrebbe farti la pelle. (8)
1. balle. ci vuole ben altro per… cazzo, ma qui si scivola di brutto. oh, bello, oh! oooh!
2. occazzo. hey, amico! hey! merda. non doveva nascere adesso. sua madre ha soltanto sedici anni.
 
 
stesso posto, giugno 1968
 
1. hey bello, chissà se questi stronzi ti hanno recapitato la mia lettera. vedi di sbrigarti ad arrivare, qua il mondo ha bisogno di noi, cazzo. ti farà uno strano effetto, dal principio. ti fanno passare da un canale stretto e bagnato, esci fuori in un mare di sangue e di merda. sangue e merda, ecco cos’è la vita, cazzo. sangue e merda. mi piace un casino, bello, quaggiù.
 
4. hey texas, stanno chiamando il tuo numero.
2. un attimo, amico. un attimo solo. devo prendere una cosa.
 
si dice che robert rodriguez sia venuto al mondo con un machete tra le mani. nascendo ha squartato sua madre. poi l’ha rimessa insieme perché gli mancavano comparse per la parte degli zombie.
 

 
[note]

(1) texas e tennessee sono rispettivamente gli stati di nascita di robert rodriguez e quentin tarantino, che trovandosi ancora nel limbo non hanno idea del loro futuro nome terreno. la pratica di rivolgersi a qualcuno col nome dello stato di provenienza è diffusa in america: si ricordi steve sanders che chiamava brandon walsh minnesota all'inizio di beverly hills 90210.
(2) qui l'autore fa riferimento a una celebre dichiarazione di tarantino.
(3) la birra chango [piscia calda] è una marca di birra fittizia che ricorre in vari film di rodriguez. le red apple sono sigarette altrettanto fittizie fumate in quasi tutti i film di tarantino e date in prestito a rodriguez per la scena di planet terror in cui el wray chiede una sigaretta al tizio della carne di cui non ricordiamo il nome.
(4) in quasi tutti i film di tarantino è presente, prima o poi, una scatola di cereali.
(5) le barzellette di tarantino fanno notoriamente schifo.
(6) l'autore fa riferimenti sparsi a elizabeth avellan, ex moglie di rodriguez e produttrice di tutti i suoi film nonché il cadavere sotto al letto nella stanza di banderas in four rooms, e a mira sorvino, ex compagna di tarantino e protagonista del film la dea dell’amore di woody allen.
(7) rodriguez fece questa stessa dichiarazione a dodici anni dopo aver assistito alla proiezione di 1997: fuga da new york.
(8) tale dichiarazione di tarantino all'ultimo festival di cannes ha scatenato indignazione e polemiche.


tutte le altre citazioni sono comprensibili con la visione della double feature grindhouse.
muovete il culo, stronzi.


Bonus Track:
The Coasters, Down in Mexico


Juditta | commenti

 

CHIEDI CHI ERANO I BEATNIK

Si fa ancora un gran parlare di Beat Generation e a mio avviso su questo argomento c’è più confusione che mai. Io non ho la pretesa di saperne molto più di voi ma ho sempre pensato che per conoscere davvero un autore (o più autori) l’unico modo possibile sia quello di leggere e rileggere le sue opere e io – almeno di Jack Kerouac – ho letto tutto quello che è stato pubblicato in Italia. Dunque, una volte per tutte, cerchiamo di sfatare alcuni miti.

 
Mito numero uno: La Beat Generation fu un movimento artistico, poetico e letterario

Falso. La Beat Generation non è mai stata un movimento compatto e organizzato, non ha mai avuto un manifesto dichiarato: tale manifesto fu rintracciato a posteriori, da una critica avulsa dal contesto, nel romanzo più famoso di Kerouac, On The Road, che al momento della sua stesura era ben lungi dal voler essere manifesto di qualcosa. Solo in un secondo momento Kerouac ha marciato sull’onda del fenomeno, sollevato da un articolo del New York Times Magazine, di questa generazione da lui descritta, poiché altrimenti il suo romanzo non sarebbe mai stato pubblicato.

La Beat Generation era, appunto, una generazione, che non era più movimento di quanto non lo siamo io e voi. Kerouac, Ginsberg, Burroughs e soci, prima o poi hanno interagito tutti gli uni con gli altri, molti di loro si sono conosciuti alla Columbia University, ma ciascuno agiva mosso da un individualismo desolante e sofferto, nella consapevolezza che ognuno è solo e nel desiderio disperato di sfuggire alla massificazione, alla standardizzazione verso cui stava spingendo la società dei consumi del dopoguerra.

 
Mito numero due: Kerouac scrisse On The Road di getto, in sole tre settimane, su un unico lunghissimo rotolo di carta

Anche alla diffusione di questo mito ha contribuito lo stesso Kerouac, il quale aveva certamente tendenze megalomani e non ne ha mai fatto mistero (egli stesso si definiva “Il Profeta”) e tuttavia la prosa di On The Road è quanto di meno spontaneo il vecchio Jack abbia saputo partorire: per questo vi dico che se avete letto soltanto quel libro, di Kerouac non sapete ancora un bel niente. Figlio della prosa alienante di Joyce (tra gli altri suoi dichiarati maestri), sostenitore dello Stream Of Consciousness e riproduttore della frenesia improvvisata del jazz, Kerouac scrisse romanzi difficili e talvolta incomprensibili, come I Sotterranei (che a un primo sguardo può sembrare innocuo, nella sua misera manciata di paginette, ma provate ad affrontarlo e non vi risparmierà). On The Road ha lo stile del grande romanzo americano, a mio avviso spesso noioso, ricco di descrizioni e troppo, troppo curato per essere stato scritto in così poco tempo. Un genere di letteratura che di innovativo non ha proprio un bel niente e che deve la sua fama esclusivamente ai temi trattati, perlopiù travisati (talvolta con l’approvazione dello stesso autore che, in fondo, era una puttana bella e buona).

 
Mito numero tre: Kerouac era un vagabondo senza radici

Niente di più falso. Kerouac aveva radici solidissime, nella propria cultura franco-canadese (molto spesso nei suoi libri scrive in francese, senza neppure curarsi di aggiungere una traduzione), nella propria terra e nella propria famiglia. I suoi vagabondaggi gli servivano essenzialmente per riscoprire ogni volta queste radici.

Come è strano essere lontani da casa quando la distanza è un intero continente e non sai neanche più dove sia la casa tua e la casa che ti resta è quella che hai in testa.

(JACK KEROUAC – Lettera a Neil Cassady)

Kerouac partiva in primavera quando il mondo rinasceva a nuova vita dopo i rigori dell’inverno del New England e in autunno lasciava qualunque cosa avesse trovato per fare ritorno alle sottane di sua madre e sua sorella. In ottobre, perché ottobre per Kerouac è il mese in cui tutti tornano a casa.

 
Mito numero quattro: i giovani della Beat Generation erano degli spostati senza uno scopo nella vita, che si drogavano per un senso di ribellione e vagabondavano per un desiderio di fuga verso la libertà

Suppongo che a una visione superficiale la Beat Generation si potrebbe riassumere così. E tuttavia non si trattava di un combo di gretti materialisti assetati di una ribellione fine a se stessa: la parola beat, così come fu concepita da Kerouac, aveva almeno un duplice significato e tra i suoi significati c’era l’accezione di beato. La Beat Generation era tutta permeata da una profonda spiritualità e si percepiva come una sorta di popolo eletto, con i suoi accumulatori di orgoni in giardino e la filosofia zen, e lo stesso Kerouac a un certo punto della sua produzione inizia a farci due palle così con il buddismo e i bodisattva. L’ obiettivo prevalente di questi personaggi era quello di sentirsi in comunione con l’universo e a questo servivano le esperienze con la droga, il sesso sfrenato e i vagabondaggi senza meta. La libertà sapevano benissimo quanto fosse un’utopia, su questo piano di realtà, racchiusi come siamo in questa forma terrena limitante nelle azioni e nella comprensione di ciò che è invisibile agli occhi. L’unico modo per raggiungere l’illuminazione era tentare esperienze estreme, così vicine alla morte che forse, pensavano, avrebbero aperto per un attimo un varco tra l’universo senziente e quello non senziente.

Fare settantadue ore di macchina per scoprire se io o tu o lui avevamo avuto una visione che ci facesse conoscere l’eternità.

(ALLEN GINSBERG – Howl)

In poche parole si può dire che la Beat Generation uno scopo ce l’aveva eccome ed era quello di rintracciare uno scopo in una società che faceva di tutto per privare gli individui di ogni scopo.
 
Per quel che mi riguarda la definizione più bella di Beat Generation che abbia mai sentito è data dallo stesso Kerouac:

La Beat Generation è un gruppo di bambini all'angolo della strada che parlano della fine del mondo.

Ma sono tuttora convinta che questo senso di fratellanza che Kerouac sentiva con i propri compagni lo sentisse solo lui e non so neppure fino a che punto ci credeva veramente. Perché, ad esempio, Neil Cassady, quando lesse com’era stato dipinto in On The Road, lo spedì bellamente a fanculo e senza passare dal via. E Ferlinghetti ha sì riunito tutte le opere dei propri “colleghi” con amore e dedizione ma questo gli è servito a fondare la sua City Lights che gli ha fatto guadagnare un botto di quattrini esattamente come On The Road aveva fatto per Kerouac. E Bukowski (era un beat pure lui? non si è mai capito) nel suo menzionare Kerouac in alcuni racconti mi ha sempre dato l’impressione di volersi fare figo.

Quello che penso è che Kerouac sentisse realmente una sorta di comunione spirituale con le migliori menti della sua generazione ma che avesse anche capito qual era il modo di elevarsi dalla massa e che lo abbia sfruttato finché non è stato più in grado di divincolarsi dalla visione del se stesso materialista e "venduto" che egli stesso si era cucito addosso. Il suo ultimo romanzo, Big Sur, è quanto di più tragico abbia mai scritto, il che ci lascia ben lontani dallo sperare che il vecchio Jack se ne sia andato in pace, anche se forse la sua pace l'ha trovata poi, ricongiungendosi a quell'eternità dorata di cui tanto vagheggiava.

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