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martedì, 28 ottobre 2008
 

RITORNO AL FUTURO: IL LEONE D'INVERNO E' UN CONCETTO CHE LA GENTE NON CONSIDERA

E’ poco moderno
 

(Enrico Ruggeri, Il Mare d’Inverno)

 
 
Per gli anziani del paese l'approssimarsi di Ognissanti decreta il reale passaggio verso l'inverno. E’ la stagione più divertente, sui vestiti della gente. Gente che si ostina a prolungare l’estate in camicia e altra gente che ha già anticipato le prime tramontane nei propri berretti di lana e giacconi. Gente che grida in mezzo alla strada reclamando un posto auto. Gente che ha bisogno di riempire ogni attesa parlando: della situazione meteo, di quella del traffico, del sovraffollamento dei mezzi pubblici. Con altre persone o dentro un telefonino. Telefoni che squillano. Televisioni sempre accese che nessuno sta guardando; c’è chi dice: mi fanno compagnia. Nella sala di fianco alla nostra qualcuno sta picchiando forte su una batteria. La mia insegnante di canto mi dice: se il rumore ti distrae prova a spostarti all’altro lato del piano, dove il suono dall’esterno è più attutito. Ma le dico: non importa, ho imparato a tagliar fuori dal cervello ogni forma di interferenza sonora. Mi dice: ah bene, e lo dice con l’aria di chi non ci crede.
 Impazzire. La gente perlopiù ha paura di impazzire.
 

La chitarra è uno strumento bizzarro. A meno che tu non vada a pizzicare una singola corda, non c’è mai un momento in cui stai suonando una nota soltanto. Per poter riprodurre una nota non devi cercarla come su un pianoforte ma devi togliere tutto ciò che è in eccesso. E’ una logica contorta, ma è comunque una logica.

 

Le medicine che prendo mi vogliono su ma io sento ancora la tristezza in qualche anfratto di me che chiede di uscire e non ci riesce. Le medicine che prendo mi vogliono reattiva e ben disposta nei confronti del mondo ma io avverto ancora la mia diffidenza verso quello a cui scelgo di dare fiducia. Continuo ad avere gli stessi pensieri ma li sento lavati, con cura e un sapone dal retrogusto floreale che i fiori non li ha mai visti perché è ricavato da aromi sintetici in laboratorio. Ho ancora le stesse sensazioni ma le avverto svuotate di ogni significato. So che quella stretta nello stomaco significa che mi piaci molto ma non riesco a emozionarmi quando mi tocchi le mani. So che ho paura ma non riesco a sentirla davvero. Chissà che cosa pensi di qualcuno che ha deciso di imparare qualcosa da zero. Non mi importa veramente. Quello che pensi, che pensano tutti, non cambia una briciola di quello che faccio e di come lo faccio. Non riesco più a dare un valore al giudizio degli altri: si dice sia un bene.

Ricominciare. La gente perlopiù ha paura di ricominciare.
 

La differenza tra insegnare qualcosa a un bambino e insegnarla a un adulto è che il bambino apprende tutto meccanicamente: tu gli fai vedere una cosa e lui la riproduce, senza farsi domande. Un adulto invece ha bisogno di capire che cosa sta facendo e perché lo sta facendo; ha una capacità critica che un bambino non possiede e probabilmente decide di suonare per capire meglio quello che ascolta.

 

Il ritorno all’ora solare mi ha procurato un jet lag pur senza viaggiare. Il mio orologio biologico mi fa aprire gli occhi alle cinque e mezza del mattino: per lui sono ancora le sei e mezza e mi dice: Sara, durante la settimana non dormiamo mai così tanto. Mi presento in ufficio alle sette e quaranta (mi sono informato, c’è un treno che parte) e i colleghi mi chiedono preoccupati se è successo qualcosa, mi dicono: Sara, non arrivi mai così presto.

Cambiare. La gente perlopiù ha paura di cambiare.
 

Tutti hanno paura delle note alte. Ma quelle non ti mordono mica. Devi solo aver pazienza e la voce arriverà.

 

Puntare la sveglia alle due del mattino solo per guardare un film alla tivù. La gente perlopiù non lo trova eccezionale, ma ridicolo. Nella migliore delle ipotesi insensato. Mi dice: avresti potuto scaricarlo da Internet e guardarlo in qualsiasi momento.

 
Adattarsi, la gente perlopiù ha paura di adattarsi.

Pensa che sia limitativo e non capisce che è questo il segreto della flessibilità, dell’intelligenza creativa.

 

Aspettare, senza ansia sentire, il momento più bello di tutta la giornata, di tutte le giornate. Sbottonarsi la vestaglia e riporla sul suo gancio attaccato alla porta. Ingoiare una nuova pasticca. Infilare con delicatezza i tappi di gommapiuma dentro alle orecchie: il primo non basta a cancellare i rumori del mondo; il secondo ti catapulta in un cosmo governato dal suono del tuo respiro. Passarsi sulle labbra un burrocacao che viene voglia di mangiarlo. Spegnere la luce e godersi il silenzio.


Morire. La gente perlopiù ha paura di morire.
 
 

Bonus track:

Tool, Disposition


Juditta | commenti (15)



lunedì, 27 ottobre 2008
 

DREAM A LITTLE DREAM OF ME: DI UN UOMO CHE MORI' PER IL SUO RE

Ma non era un vero re. Non aveva un regno, un castello, una corona: soltanto una donna. Io ero quella donna. Ero la donna più importante nella vita di due uomini: un re e un ubriacone. Ovviamente scelsi il re. E poi un giorno io e il mio re ce ne stavamo accoccolati nel tramonto, abbracciati su un lettino, sulla riva del mare. C’era pace nel mio cuore. E io, io volevo di più.

Una donna per cui l’ubriacone è l’uomo più importante mi informa che è scomparso. Mi mette in mano un piccolo strano telefono blu e mi dice di andarlo a cercare. Ha smalto nero sulle unghie delle mani e dei piedi e indossa un bikini blu. Chissà perché sogno sempre tutto questo blu. Non mi chiedo perché sta inviando me a cercare il suo amore, non mi chiedo perché il mio re lo consente. Sappiamo tutti com’è che finirà. Sappiamo tutti che è ciò che deve essere. E così mi incammino e ho già infranto due cuori.

Incontro l’ubriacone in una strana stanza fatta di tende e velluti pesanti. E' malato. La sua faccia è quella di Johnny Depp e io, io sono Uma Thurman. Il mio re e l’altra donna non hanno invece un volto. Qualcuno rivolta tra le mani la cover del dvd e si chiede perché non sia stato scelto Johnny Depp per il ruolo principale, per quello del re. Ho il mio strano piccolo telefono in mano. L’ubriacone non riesce a guardarmi negli occhi, è fedele al suo re. Ma sono la donna più importante per lui e io, io voglio ancora di più.

Il giorno in cui l’ubriacone viene impiccato, il suo corpo è ormai straziato. Non ha gambe e non ha braccia. Quando la botola si apre il corpo monco si stacca dalla testa e crolla giù spappolandosi come una frittella, spiaccicandosi in ogni direzione. Era già morto da un sacco di tempo. La gente venuta a nutrirsi del suo sangue grida inorridita, molti se ne vanno. Il mio re non è lì per assistere allo scempio. Si amavano, quei due, ma non poterono far niente per sottrarsi al destino. Sulla cover del dvd il sottotitolo ora dice: la storia di un uomo che morì per il suo re.

E il re nel frattempo è scomparso. Come la donna, l’altro cuore che ho tradito. Sono l’ultima ombra davanti al patibolo, mentre il sole si spegne. Davanti ai resti del mio amore, senza un regno, un castello, una corona. Senza mai più quella pace nel cuore. Perché io, io volevo di più.


21 ottobre 2007

 
Bonus track:
Ella Fitzgerald, Dream a Little Dream


Juditta | commenti (7)



mercoledì, 22 ottobre 2008
 

DON'T LOOK BACK IN ANGER

Ciao, Amore Mio.
Mi viene fuori così, per abitudine. Dev’essere brutto quando chiami qualcuno così, per abitudine. Penso che debba essere brutto. Ma non me ne accorgo. Potrebbe essere stupendo, come lo era allora, ma io non sentirei la differenza. Per cui mi scuserai se ti chiamo ancora Amore Mio. Le abitudini, lo sai, sono dure a morire.

Finalmente trovo del tempo per scriverti. E' dal nostro ultimo scambio verbale, prima che tu mi chiudessi qua dentro, che desideravo ritorcerti contro questa espressione. Volevo farti capire che cosa si prova. C’è stato un momento, subito dopo che mi hai detto quella frase, in cui volevo farti male. Molto male. Dovrei sentirmi soddisfatta, adesso che l’ho fatto, e invece mi accorgo che non mi importa più.

Quando sono arrivata qui, per prima cosa hanno svuotato la mia borsa. Si sono presi il mio specchietto. Penso che per loro avrei potuto romperlo e usarlo per tagliarmici le vene. Non ci sono specchi nella mia stanza, ma tanto qua dentro non c’è nessuno per cui valga la pena di farsi bella. Non c’è neppure il box doccia, perché potremmo rompere anche quello. E non ci sono finestre. Penso che per loro potremmo buttarci di sotto, ma ho come l’impressione che non tengano in considerazione un’eventualità di gran lunga peggiore. Potremmo guardarci attraverso e ricordarci che là fuori c’è ancora tutto il mondo.

Mi hanno dato un cartellino col mio nome da tenere appuntato alla giacca, così sono costretta a ricordarlo. La gente che mi incontra in corridoio legge quel nome e pensa di conoscermi. Sono tutti incasinati come me e credono che questo faccia di noi una specie di fratelli. Ma io non li sopporto quando mi parlano in quel modo, come se ci fossimo scambiati il nostro primo lecca lecca. Non sopporto quando mi si appiccicano al collo mentre facciamo la coda per la mensa e iniziano a piagnucolare. Qualche giorno fa ho aggredito un tizio che mi ha parlato di te, credo che ti conoscesse. Mi hanno messa in punizione per tre giorni, a pulire i cessi comuni. I cessi di una mandria di alcolisti e di drogati in crisi d’astinenza: non hai idea di quello che ci puoi trovare, dentro.

Mi hanno tolto tutto quanto, anche la lima per le unghie. Mi hanno tolto i tacchi a spillo e non mi è più concesso neanche essere una donna. Non mi è consentito assumere medicinali di alcun tipo, così quando ho i dolori mestruali mi rannicchio sul letto e aspetto che passino.

A volte ho delle crisi. La prima notte l’ho trascorsa a fissare il soffitto. Non so quanto tempo è passato ma quando è suonata la campana del mattino non mi ero mossa di un soffio. Le giornate scorrevano veloci perché qui ci sono un sacco di cose da fare e non hai tempo per pensare. Ma la sera mi ritrovavo da sola, nel buio, e allora pensavo. Pensavo a te che mi stavi di fianco e mi accarezzavi i capelli. Pensavo Amore Mio, perché mi hai fatto questo? Adesso ho sempre sonno. Non so quanto tempo è passato ma tu dici che non ci sentiamo da un sacco di tempo e allora penso che è un sacco di tempo. E adesso riesco a dormire, perché ho sempre sonno. Ma a volte passo del tempo sul letto a fissare il soffitto e penso Amore Mio, che deve essere brutto quando chiami qualcuno così per abitudine e non riesco neppure a organizzare i particolari del tuo volto in un insieme dotato di senso.

Le sedute di gruppo sono la parte più dura. Tutte quelle persone che parlano dei loro casini e qualcuno poi piange e qualcun altro mi ha detto che si vuole ammazzare, lo ha detto proprio a me.  Io li ascolto tutti quanti perché fintanto che penso ai loro casini non penso più ai miei. A volte durante le sedute ci spingono a incazzarci l’uno con gli altri: lo chiamano sfogo emotivo e dicono che serva a liberarsi. Ma io non riesco più a incazzarmi come facevo con te, quando ti lanciavo contro la racchetta da tennis, per dire. Trascorro tutto il tempo a fare disegni sulla mia scheda e a sbadigliare, perché ho sempre sonno. Il mio terapista ha chiesto di consegnargli la scheda per poter analizzare i disegni e io me la sono mangiata. Non ho voglia di scavare alla ricerca di emozioni. Ci troverei solo altro dolore. Che in fondo, se ti convinci un pochino, non esiste neppure.

Durante le ore di ricreazione faccio dei cruciverba. Non ci è consentito portare penne nelle stanze e così li faccio qui, nella sala comune, dove ci possono vedere. Alcuni cruciverba, sai, sono proprio complicati. Questo, per esempio. Nello schema completo devi togliere un tot di lettere, a intuito, senza sapere dove stanno. Al trentasette orizzontale c’era scritto: trasformano amore in orrore. C’era spazio per due lettere ma ce ne ho infilate sei. Tutte appiccicate. Ho scritto: noidue.


19 settembre 2007


Juditta | commenti (18)



venerdì, 17 ottobre 2008
 

EVERY DAY FOR US SOMETHING NEW

D’ora in poi avrò per sempre sei anni

(La Quiete, Greyskull)

 

In questo locale, qui ci sono individui abbigliati in modo strano. Mi soffermo sui dettagli: la parte inferiore del volto incerottata in una maschera antigas, le lenti a contatto che fanno gli occhi quasi bianchi, e provo pena pensando che al mondo ci sono ancora persone che sentono il bisogno di dimostrare qualcosa. Non è la sostanza a rendere i dark diversi da noi, è solo la forma. Ce l’abbiamo tutti quanti, quella cosa lì, quella che loro ti sbattono in faccia in quel modo che noi non sappiamo capire, e non sto certo parlando di ciò che trapela dalle mutande di certe ragazzine che si divaricano l’anima in cima alle scale. Ma il mondo non capirà mai che i dark stanno facendo quello che tutti vogliono fare, eccezion fatta per quella porzione che ancora pensa di doverla dimostrare e la dimostra allo stesso modo in cui lo fanno anche loro, i dark.

La voce è uno strumento, al pari di ogni cosa che puoi tenere in mano e far suonare. È il più bello di tutti, perché non lo devi comprare. Ce l’hai già in dotazione, dal momento in cui nasci, ma è un concetto così semplice e banale che a volte la gente non lo prende neppure in considerazione.

Questo mio conoscente, lui dice che ho l’aria di una bambina alla scoperta del mondo. Una volta ho letto su Focus che per sviluppare porzioni del cervello solitamente inutilizzate è sufficiente provare a compiere semplici gesti quotidiani con la mano che non è dominante. Non ho l’abitudine di credere ciecamente a tutto quello che leggo, ma mi piace sperimentare cose nuove. Da quel giorno ho cominciato a impugnare forchetta e cucchiaio con la mano sinistra, a lavarmi i denti con la mano sinistra, a fare la polvere con la mano sinistra. Oggi sono una quasi perfetta ambidestra. Ogni volta che provo a scrivere con la mano sinistra rivivo la sensazione dei primi giorni di scuola. Riscopro il segreto dell’infanzia, la fascinazione per tutte le cose, e provo pena pensando che al mondo ci sono persone che ignorano che c’è ancora così tanto da imparare.

Puoi intonare una nota afferrandola solo di striscio. La gente non avrà un senso di fastidio e penserà che ciò che stai facendo è: bello. Ma tu devi riuscire a colpirla esattamente nel centro. Forse la gente non noterà la differenza, ma tu saprai che ciò che stai facendo è: il modo giusto.

Questa mia sorella che non è una vera sorella, con lei si parlava di scelte. Di ingiustizie e di rimpianti. Nell’ultimo numero di Vanity Fair Christina Ricci dice di aver scoperto in terapia che si può scegliere di essere felici. Io non ero felice e ho scelto di cambiare la mia vita. Ho soffiato su ventotto candeline e anziché esprimere un desiderio che già avevo me ne sono regalato uno nuovo di zecca. Fatti una domanda e datti una risposta. Mi sono chiesta: cos’è che avrei sempre desiderato fare e che non ho fatto mai? Nell’ultimo numero di Vanity Fair Angelina Jolie dice che un giorno i suoi figli le chiederanno conto della sua vita e lei quel giorno avrà risposte da dare. Avere risposte, questo ha scelto Angelina Jolie. Un giorno mia figlia che non è una vera figlia mi chiederà come fare a riconoscere qual è il momento giusto. Il momento giusto, le dirò, è quello in cui senti il rimpianto. Uccidi il rimpianto, questo le dirò. Le dirò che il giorno dopo aver soffiato su quelle candeline ho comprato una chitarra e ho iniziato a suonarla. E la mia vita è cambiata. Perché io ho scelto che fosse così.

Il pezzo che voglio farti provare è difficile. È qualcosa di completamente diverso da ciò che siamo abituati a cantare. Vedrai che ti divertirai molto a impararlo.

Questo mio caro amico, lui mi ha chiesto di sposarlo. Ha detto che è stanco della superficialità con cui la nostra generazione intreccia e scioglie i legami affettivi con le altre persone. Mi ha proposto di costruire qualcosa, un rapporto profondo, anche se noi non ci amiamo. Non mi sento una fuori di testa se ammetto di aver considerato l'idea. Ma al momento cruciale ho detto di no, perché ho ancora fiducia che possiamo trovare qualcosa di più speciale di: me e lui, che cerchiamo un punto di unione: un noi, che quel punto ce l'abbia già in dotazione. Sono sempre stata un tipo pratico. Penso, in modo guevariano, che il modo migliore per insegnare qualcosa a qualcuno sia dare l’esempio con la propria vita. Ho letto su Focus che per sviluppare porzioni solitamente non utilizzate del cervello è sufficiente cambiare strada all’andata o al ritorno dal lavoro. Ho pensato che mi sono sempre innamorata di ciò che trovo bello ed è per questo che oggi voglio innamorarmi di qualcuno che sia inequivocabilmente brutto. Mi sto insegnando a innamorarmi di nasi cambogiani, di bocche troppo larghe, di forme strane della testa rese ancora più strane da un taglio di capelli inappropriato. Ho sempre scelto di seguire la stella più brillante, lasciarmi attrarre dalla superficie delle cose. Ho dovuto districarmi tra palestre e cosmetici e crisi di nervi per essere sempre all’altezza del mio principe azzurro. Oggi voglio cambiare la mia strada e mi innamoro del principe rospo. Lascio che il nostro rapporto si leghi a qualcosa che sta sotto l'epidermide: la nostra comune passione. Perché ho scelto di essere qualcosa di diverso.



Bonus track:
U2, One



Approfitto di questo spazio per augurare buon compleanno al mio primo e forse ultimo amore: il quarto compleanno che il mondo festeggia senza di lui. Auguri Richi, dovunque tu sia.

Juditta | commenti (19)



mercoledì, 15 ottobre 2008
 

QUALCOSA E' CAMBIATO

Ti sei mai chiesto quale funzione hai?
 
(Franco Battiato, Il Silenzio Del Rumore)
 
 
 
Impara a non pensare.
E dopo dimentica ciò che hai imparato.
 
Cosa è successo questo mese?
 

È successo che ho avuto una crisi di nervi. Che ho finalmente chiesto aiuto e l’ho trovato. Si era nascosto nei luoghi più impensati, sai, tipo tra le candeline accese sulla torta. Nel profumo del croccante alle nocciole ancora caldo e in un angolo pieno di pioggia dentro la gabbia di un coniglietto bianco. Tremava, quell’aiuto che nessuno cerca mai, si nascondeva gli occhi nell’insignificanza dei giorni qualunque. Un giorno qualunque un ragnetto scivolava lungo il muro e un attimo dopo è scomparso in qualche buco. Nella notte l’ho sentito camminarmi su una guancia e l’ho spostato con un dito. Non uccido mai i ragni perché si dice che quelli portino buona fortuna. Ma tu dimentica il motivo che hai messo dietro a ogni cosa. Dimentica, perché non ce l’hai messo tu. Riesci ancora a ricordare chi è stato il tuo primo maestro e che cosa ti ha detto? Mio padre, lui diceva che le api non ti fanno del male se tu le lasci stare. Diceva che non sono felici, le api, di lasciarti sotto pelle il loro pungiglione avvelenato, perché senza il veleno poi cadono morte. Impara che le api si avvelenano per vivere, che si uccidono per non essere ferite. Che ci sono creature che fanno cose più strane di ciò che fai tu. Impara a non uccidere i ragni perché i ragni, anche quelli si nascondono nei buchi dentro al muro. Come te, come tutte le persone intorno a te. Prova a lasciare che ti zampettino addosso e dopo, dopo dimentica anche questo. Prova a dimenticare che è sufficiente spostare tutto quanto con un dito.

Il ritiro gengivale. La caduta dei capelli. L’invasione dei pidocchi. L’offensiva delle zanzare tigre. Gli adesivi per dentiere che non sono tutti uguali. Gli assorbenti con le ali non sanno volare. I treni, invece, quelli sanno deragliare. Le persone possono morire. Il segreto della vita è andare bene d’intestino. I migliori anni sono quelli che li guardi alla tivù.

Trasforma il tuo cervello in una lavagnetta magica, ricordi? ci giocavamo da bambini. Man mano che i pensieri si vanno formando tu fai scorrere il tampone per cancellarli tutti via. Lasciati cogliere da un senso di vuoto che è come una vertigine e dopo dimentica che cosa ti hanno detto riguardo alle vertigini. Prova a trascorrere più di trenta secondi senza far niente e se mi chiedi a cosa stavo pensando ti dirò che mi cantavo una canzone. Bella, era certo una bella canzone. Un motivo che viene dall'infanzia e che mi ricorda qualcosa che non riesco a ricordare. Senza motivo. Togli il motivo dal motivo e la motivazione dal moto di azione. Prova a sognare di trovarti in una città sconosciuta e di conoscere ogni strada. Sogna di avere degli incubi e prova a svegliarti senza svegliare anche gli occhi. Sentirti minacciato da qualcosa di morto che si regge ancora in piedi grazie a una bambola voodoo custodita in un barattolo pieno di formaldeide. Svuotare il barattolo e aspettarti una soluzione immediata, senza pensare che la decomposizione sopraggiunge gradualmente e quello che ti insegue ha ora soltanto un aspetto da schifo.

È successo che mi sono scordata di te. Non ti ho dimenticato, perché come vedi sono ancora qui che ti ricordo e che ricordo che ti ho dimenticato. C’è una differenza sostanziale tra i termini scordare e dimenticare, che sta in due diverse radici: la seconda nel cervello, la prima nel cuore. Potrei dimenticarlo. E’ successo che la rete mi ha risputato indietro sei mesi di post che ho cancellato. Vorrei selezionarli per riportarli alla luce. Vorrei ricordare: ricordare quel tempo della mia vita che voglio dimenticare.

Il cancro della pelle. L'ulcera dello stomaco. La sieropositività. Gli antibiotici nel miele. L'inchiostro nello yogurt. La mucca pazza. L'influenza aviaria. La peste bubbonica e scendeva d'una soglia. La peste nera del '300 la portarono i ratti, portarono il virus Yersinia a bordo delle navi dei mercanti genovesi: da qui il termine peste alla genovese.

Lo vedi? puoi raccontarti un'infinità di cazzate e riderci pure.


È successo che ho interrotto il silenzio stampa prima del tempo.
O forse quel tempo nella mia mente è già finito.


Bonus track:
Biffy Clyro, The Atrocity
 
Juditta | commenti (13)