no men no children no dogs credo che la filosofia punk sia rassumibile nel motto che Johnny Rotten ha mutuato da Oascar Wilde: "fallo, e vedi cosa riesci a provocare."
Questa mattina ho incontrato l'uomo della mia vita: sedeva sul bus che stavo aspettando. Era lui, lo capivo perché mi fissava attraverso il finestrino. Lo capivo dalla sua giacca a vento a scacchi col cappuccio sulla testa. Dal modo in cui fingeva di interessarsi a quella merda di quotidiano gratuito che cercano di ficcarti in bocca a ogni fermata.
Atto primo: in cui ella finge di non essere interessata a lui.
Iniziano sempre così, tutte quante le mie storie. Con una giacca a vento che cerca di darsi un contegno, ma non riesce a distogliere lo sguardo.
Atto secondo: in cui egli finge di non essere interessato a lei.
Ho guardato alla mia sigaretta appena accesa con un po' di rimpianto. Iniziano sempre così, tutte quante le mie storie. Con qualcosa di mio che è appena cominciato e di cui devo sbarazzarmi in tutta fretta, nell'ansia di perdere la corsa.
Atto terzo: in cui tutto va come ella aveva previsto.
Era lui, lo so. Come lo era ogni uomo che ho creduto o cercato di amare. Sarebbe stato perfetto, come lo è stato ogni volta. Sarebbe stato terribilmente melodrammatico, come lo è stato ogni volta. Ma ho deciso che oggi volevo regalarmi del tempo, per finire la mia sigaretta. L'ho lasciato partire, continuando a fissarmi, con un po' di rimpianto. Forse iniziano sempre così, tutte quante le sue storie. Con qualcosa di noi che non è mai cominciato, nell'ansia di perdere la corsa. Probabilmente, gli ho fatto un favore.
Di bus è pieno il mondo, di uomini pure, e io voglio aspettare una storia diversa. Questa è libertà.
Qual è l’anello di congiunzione tra l’esigenza di mantenere i propri spazi, mentali e materiali, e il desiderio di avere sempre tutto e subito? Ve lo dico io qual è. Un esaurimento nervoso. Non dovete temerlo: fa fico. Così come fa fico sgusciare con la punta del dito sulla rondella del vostro scintillante iPod, mentre il farmacista vi invita ad andare al bar all’angolo a prendervi un caffè.
“Ma le pare che abbia bisogno di un caffè?” sbraita il mio fascio di nervi.
Il farmacista mi fissa, serafico.
“Il medicinale che ha richiesto è in preparazione" mi dice. "La stavo invitando a riempire l’attesa.”
Lo inviterei ad andarsene a Fanculo ma capisco che non sono nella posizione per farlo. C’è il mio karma in agguato, là fuori. Vado a comprarmi del tè verde. A scopo depurativo, perché l’esaurimento nervoso mi ha causato uno sfogo cutaneo che ha reso il mio viso la copia sputata di una pizza coi wurstel. Pazzesco. Non ho mai avuto l’acne neanche a tredici anni. Sono in ritardo perfino con lo sviluppo.
Comincio a chiedermi quanto tempo impiegherò per arrivare.
Comincio a chiedermi dov’è che alla fine dovrei arrivare.
Comincio a chiedermi: in fondo, l’orario... qual è?
Mi chiedo perché mi sto chiedendo tutto questo.
Mi chiedo se una doppia domanda si annulli in se stessa alla stregua di una doppia negazione.
Mi chiedo: ma che diavolo mi sto domandando?
Rimetto gli auricolari al loro posto. Rimetto la musica al suo posto. Rimetto le cose al loro posto. La stazione. Sono ancora alla stazione. Il mio istinto mi spinge a ricordare che qua sotto c’è il mio negozio di dischi. Il mio commesso che mi incrocia sorridendo. Nel senso di chiodi e paletti e bum bum, ma tranquilla che tanto il terzo giorno risorgi. Penso, perfetto, tra tre giorni è venerdì. Giusto in tempo per il fine settimana.
Comincio a pensare che forse il posto delle cose è la stazione. Comincio a pensare che forse il posto della musica è la stazione. Comincio a pensare che forse il mio posto è sempre stato la stazione.
Lo pensa anche il pullman, che difatti è in ritardo. La musica no, quella ha sempre un tempismo perfetto. Sto notando che quando hai in circolo la musica giusta il mondo attorno sparisce. Ma poi c’è sempre qualcuno che ti strappa alla tua sonnolenza e ti ricorda che esiste una sorta di comune realtà. Mi sta rivolgendo un gesto inequivocabile.
“Vuoi una sigaretta?” gli chiedo.
Annuisce. Il tizio ha l’aria di portare malissimo i suoi quarant’anni, o giù di lì. Mi sfilo un auricolare per sentire la risposta.
“Io non fumo” è ciò che sento.
Prende la mia sigaretta. Gliel’accendo. Indica la custodia scura di una chitarra alle sue spalle, affidata alla panchina.
“Io suono” prosegue. “Non ho mai fumato.”
Lo dice così. Come se le due cose si escludessero a vicenda.
“E come mai adesso hai deciso di farlo?” gli chiedo.
Scrolla le spalle.
“Il destino.”
Tutto qui.
Il destino.
Penso che in tutta probabilità siamo le sole anime rimaste che ancora credono al destino.
Penso che non ho la più pallida idea di cosa significhi essere un’anima.
Penso che ho voglia di una sigaretta e così me la chiedo.
A volte è tutto così semplice: basta farsi la domanda giusta. Basta prendere un posto sul pullman vicino al finestrino e srotolare la pellicola che avvolge un nuovo disco. L’emozione di sfogliarne il booklet, ogni volta come se fosse la prima. Mi chiedo se ci saranno scritti i testi all’interno. Mi chiedo sempre se ci sono scritti i testi all’interno. Quando non ci sono mi sento ferita, come un bimbo deluso dal suo regalo di Natale. Quando non ho le parole mi sento incompleta. Alla mia anima manca qualcosa. Ma io non lo so cos’è l’anima, so solo che non è, e Parmenide diceva che pensare il non essere equivale a non pensare. Dunque a quel qualcosa a cui non sto pensando manca qualcosa. E se non la sto pensando quella cosa non esiste, dunque chi se ne frega se le manca qualcosa? D’altra parte, in quanto non esistente si suppone che le manchi proprio tutto. Parmenide mi ha sempre convinta.
Poi però le parole arrivano da fuori. Una donna sta gridando, da qualche parte, dietro il pullman che aspetta di partire. Dice “lasciami stare” e poi “aiutami” e poi ancora “lasciami stare.” Penso che tutto il mondo sta desiderando una cosa soltanto. Penso che sono stanca e che voglio andare a casa. Penso al mio nuovo disco e penso che con l’iPod non lo posso ascoltare. Penso che la tecnologia ci dà qualcosa in più e ci toglie qualcos’altro. Nessuno dà niente in cambio di niente. Una doppia negazione e dunque si annulla. Nessuno dà in cambio di. Capirete: non ha senso. D’altra parte niente nel mondo mi sembra oggi avere un senso. Il destino, forse? Quell’uomo con la sua chitarra?
Penso che avrei potuto imparare a suonare la chitarra e vivere per lei.Senza bere né mangiare né dormire né fumare. Senza un uomo né una casa a cui tornare. Perché io, sapete, io suono. Ed è una cosa, il suonare, che esclude tutto il resto. Ma ho provato a suonare il sassofono, una volta, e mi sono incagliata sul Bolero di Ravel. Un anno di esercizi su un fottutissimo gilet e poi mi sono ricordata che volevo una chitarra. Mi sono procurata un iPod e ho lasciato che suonasse al posto mio. E mi chiedo se è per l’iPod che adesso sto vivendo. La risposta mi trafigge con orrore. Nel senso di chiodi e paletti e bum bum, ma tranquilla che il Giorno del Giudizio si sta approssimando. Spengo l’iPod e lo infilo nel taschino del giubbotto.Lasciami stare, penso. Aiutami, penso.
E’ soltanto un esaurimento nervoso.
Non dovete temerlo: fa fico.
Oh whatdo you do when you feellikeyou're living a lie?
(The God Machine, The Hunter)
Nel primo ricordo che ho della mia vita cercavo di strozzare una bambina sul cortile dell’asilo. Lei non ricorda tutto questo. Forse non è successo veramente. Potrei averlo immaginato. Amici e parenti, tutti mi hanno sempre accusata di lavorare troppo con la fantasia. Mi sono sempre sentita ferita quando qualcuno metteva in dubbio la mia capacità di rapportarmi alla realtà. Mi sono sempre sentita rabbiosa. Ma poi ho capito che quando la maggior parte della gente pensa la stessa cosa, forse quella cosa è reale. Se riesci a pensarla anche tu, allora la puoi perfino toccare.
Nei film di questo tipo c’è qualcosa che hai dimenticato. Non sei sicuro di voler ricordare. Non riesci a trovare la voce perché pensi che con lei uscirà anche tutto quello che non vuoi ricordare. Nei film di questo tipo la vittima finisce col proteggere il proprio carnefice. Ne dimentica il volto, per non doverlo accusare.
Quando avevo otto anni ho letto sui libri di storia che i primi uomini erano scimmie. Ma già da molto tempo mi veniva raccontato che i primi uomini sulla Terra sono stati Adamo ed Eva. Adamo ed Eva non erano scimmie. Quando avevo otto anni capii che qualcuno mentiva.
Nei film di questo tipo hai trascorso la tua vita alla ricerca della verità dietro tutte le cose. Come se niente fosse davvero la facciata che ti mostra. Come se tutti fossero a conoscenza di una verità che ti riguarda ma facessero di tutto per tenertela nascosta. Per nasconderla perfino a se stessi. Nei film di questo tipo non ti sei mai concesso un istante di ingenuità. Sei troppo assorbito a cercare di capire che cosa ti ha rotto durante l'infanzia.
Quando avevo dieci anni rimasi folgorata da Twin Peaks. Da quella ragazza di nome Laura Palmer a cui qualcuno ha strappato l’innocenza. Vent’anni dopo è arrivato Dexter Morgan, persona apparentemente normale che nasconde l'istinto di un mostro. Mia madre trova che Dexter sia immorale. Una serie televisiva incentrata sulla figura di un killer. Mia madre sostiene che spinga la gente a identificarsi con un killer. A pensare come un killer. Deve avere ragione. Mi sono identificata così a fondo che mi sembra che sia questo killer a pensare come me. Che cosa nascondo non lo so neanche io. Mia madre ha sempre tenuto a preservarmi da queste forme di violenza. Anche lei sapeva che lavoro troppo con la fantasia. Forse sono state le sue restrizioni a fare di me una depravata. O forse aveva visto giusto e sapeva che avrei assorbito tutto quanto. In Alta Fedeltà Nick Hornby si chiedeva se sia arrivata prima la musica o la tristezza e io mi chiedo se sia arrivata prima la violenza o la televisione. Che cosa faceva la mia immaginazione mentre guardavo di nascosto Twin Peaks a dieci anni: proiettava o introiettava? Che cosa c’era che mia madre non voleva che vedessi?
C’è stato un uomo, nella mia infanzia. Stava in fondo alle scale, quando scendeva la sera. Non ho idea di chi fosse. Tutto quello che ricordo è l’odore dei suoi guanti. La sensazione dell’anima che scivola via da ogni poro. Chi era quell’uomo? Chi è l’uomo che viene ancora a trovarmi, di notte, nei miei incubi più veri? Proviene realmente da un’altra vita, come disse chi ha letto i solchi sulla mia mano, o l’altra vita è soltanto una metafora per indicare un tempo che non esiste più? Che cosa avevo visto a otto anni per riuscire a immaginare tutto questo?
Nei film di questo tipo uno stimolo esterno improvviso riporta alla luce cose che neanche pensavi fossero mai esistite. La mia analista diceva che un giorno ricorderò cosa è schizzato via dal cesso nel mio sogno, liberandolo dall'accumulo di liquami. Era una cosa piccola, come una spilla. La mia analista diceva che quella era la chiave di tutto. Nei film di questo tipo hai passato troppo tempo a ricordare quella bestia che avevi sotto il letto e l’hai riempita di significati che forse non aveva. Hai passato troppo tempo a immaginare dove infine sia sparita. In quale giorno finalmente se ne è andata. Nei film di questo tipo sono caduta dalla bici. Stavo lucidando la pistola ad acqua e mi è partito un colpo. Ho visto troppa violenza. In televisione. Nella mia testa.
Da qualche parte, in Cambogia. E’ arrivata la stagione delle piogge e la mia vacanza si è incrinata. Mi sveglia il tuono più forte che saprei immaginare. Spalanco gli occhi nel buio rischiarato solamente dalla fluorescenza di un cartello che ho rubato sulla nave. Se avessi saputo che faceva così tanta luce lo avrei lasciato dove stava. Ma volevo un ricordo di questa vacanza. Sogno spesso, e l’ho fatto anche stanotte, di ritrovare vecchie foto che non ricordavo di avere scattato. Sogno un mondo in cui qualcuno mi riporta tutti i ricordi che ho perso. Emma non saprebbe dirvi quanti anni ha: l’istituto ha stabilito che debba averne sei. In fotografia sembrava più grande. Non ricordo come si chiama la lingua che parla la gente in Cambogia. L'istituto non ha messo a disposizione neppure un traduttore. Emma ha imparato a dire occhi, bocca, mano e ciao ciao. A volte scoppia in lacrime nervose perché quello che conosce non le basta per comunicare. Credo che sogni un mondo in cui qualcuno le riporta tutti gli anni che ha perso.
Hai avuto una gioventù un po’ troppo bruciata e sei invecchiata prima del tempo.
Questo mi dice sempre la cugina di mio padre.
E poi mi dice anche.
Invece di andare avanti come fanno tutti quanti, tu tornerai indietro. A cinquant’anni sarai la ragazzina che non sei stata mai.
Dovrei chiedere cosa ne pensa la mia minigonna, che non ci è nata così corta ma sono io che l’ho tagliata. Dovrei chiederlo alle mie ginocchiere ricavate dall’elastico di un paio di vecchi calzini. Ai versi che ho dipinto a colori sgargianti sul retro di una maglietta. Tutte le cose che non facevo più dall’età di vent’anni. Allora le facevo perché si presumeva che a vent'anni mi comportassi così. Dovrei chiedere cosa ne pensano il mio nuovo tatuaggio e i segni scuri che ho sulla faccia. La gente mi dice ogni volta: chissà che dolore. Rispondo che ha proprio ragione. La verità è che non ho sentito un bel niente ma quando la gente ha troppa paura per tentare un’esperienza le lascio credere che sia tutta sofferenza risparmiata. E’ questo che vogliono tutti: rassicurarsi di aver fatto la scelta migliore, di essere scampati a un immenso dolore. Davanti allo specchio argino la fuoriuscita dei fluidi con un batuffolo di cotone medicato e penso che i tatuaggi non sono altro che ferite colorate. A me i colori piacciono e le ferite mi si rimarginano in fretta. Il mio dentista mi ha soprannominata Scheggia, per la velocità con cui guarisco quando mi toglie un altro dente. Posso già muovere la faccia senza sentire strapparsi la pelle.
Dovresti riuscire a capire cos’è che ti blocca, che ti impedisce di tirar fuori la voce.
Io lo so bene qual è il mio problema. So cosa mi ha ridotta così e perché gli ho concesso di farlo. So cosa devo fare per affrontarlo e sono arrivata fin qui perché voglio affrontarlo. Ma ho bisogno di tempo. Tempo instabile, oggi, su tutta l’Italia. In Cambogia è arrivata la stagione delle piogge. Durante la notte Emma stringe il suo orsacchiotto arrivato dall’Europa: fino a pochi giorni fa quell’orsetto se ne stava sul mio letto. Durante la notte Emma ruzzola dal letto e chiede di dormire con quelli che saranno da oggi in poi i suoi nuovi genitori. Mi è sempre piaciuto stare in mezzo alle coppie. Mi fanno sentire protetta. La maggior parte dei miei coetanei detesta trovarsi da sola in mezzo a una coppia, si sente a disagio. Io invece mi sento al sicuro. Credo che sia una sorta di compensazione per quello che mi è mancato quando i miei genitori si sono divisi. Quando sei in mezzo a due persone che hanno deciso di amarsi riesci a percepire le vibrazioni della loro scelta insieme. Se ascolti molto forte, le vibrazioni dell’uno raddoppiano quelle dell’altra e il tono della vita sale tutto di un’ottava. Ma questa coppia qui, quella di cui mi si palesa l’esistenza come il tuono più forte che saprei immaginare: trovarmi in mezzo a questa coppia è l’ultima cosa che avrei desiderato. Per questo non posso cantare canzoni d’amore. Togliete tutte le parole perché mi fanno male. Perché a volte, lo sai, le parole hanno due significati. Lasciatemi il mio orsacchiotto e la mia incapacità a comunicare. Prima di quanto pensate imparerò la vostra lingua. E passerò il resto dei miei giorni a sognare un mondo in cui qualcuno mi riporta tutti i suoni che ho perso.
Appaio brevemente e poi scompaio ancora. Giusto il tempo di non farvi abituare. Che da grande voglio essere la vostra nostalgia.