Gino era un camionista e viveva lungo l'Autosole. Ci viveva insieme a Rita, che era il suo più grande amore. Rita era il suo camion e Gino non la lasciava mai uscire dall'area di servizio Cantagallo, dove si erano incontrati. Come ogni uomo che ami troppo una donna, Gino teneva Rita imprigionata nel suo cuore.
Gino diceva che i camion sono come le donne e come tali devono essere trattati. Dev'essere per questo che lasciava sempre in giro sul cruscotto enormi latte di fagioli, nella speranza che si cuocessero da sole. Ma i fagioli non si cuocevano mai e Gino finiva sempre con l'imprecare contro Rita, scofandandosi un Camogli. Che accompagnava con un'immancabile bottiglia di grappa Sturoduro, che per le sue budella - diceva - era come una benedizione. Nel vero senso della parola.
Gino aveva la cirrosi e, quando la guardia medica accorsa da Roncobilaccio in seguito a un collasso gli aveva intimato di smettere di bere, per Gino la vita era finita. Ma poi aveva scoperto la grappa Sturoduro. Gino diceva che la producevano dei frati in un convento di Pontremoli e che quei frati non facevano altro che pregare e distillare grappa, tutto il giorno e anche la notte. Diceva che in quel convento con la grappa ci riempivano l'acquasantiera e che la usavano per battezzare i bambini. Diceva che essendo benedetta non poteva fargli male. Ma Gino a Potremoli non c'era mai stato, perché non era mai uscito dall'area di servizio.
Ho conosciuto Gino circa quattro anni fa. Stavo andando a Milano e avevo fatto una sosta perché dovevo pisciare. Lui stava sulla porta, discutendo calorosamente con l'Adelina, la tizia che stava a guardia dei cessi. Era sbronzo e l'aveva scambiata per una mendicante. Non avendo spiccioli con sé, le aveva offerto metà del suo Camogli. L'Adelina (che Gino vantava di aver conosciuto biblicamente una notte di Natale nel gabbiotto del benzinaio) si era offesa da morire e lo stava minacciando di spifferare a Rita che lui aveva scritto il suo numero di targa nel bagno dei signori. Gino non poteva neppure pensare a una cosa del genere: a Rita si sarebbe spezzato il motore.
A volte pensavo che Gino fosse depositario dell'unica fondamentale verità della vita: non c'è niente che non si possa fare; ciò che conta è non far sapere che lo hai fatto.
Gino e Rita litigavano spesso, ma lui l'amava profondamente. A modo suo, Gino era un romantico. A volte sedevamo sul guardrail e guardavamo il sole tramontare, oltre le schiene fluorescenti degli operai dell'Anas che riempivano i sacchi di sale in previsione della neve. Se chiudi gli occhi e ti concentri sul rumore delle auto in corsa, diceva Gino, puoi sentire il mare. Piuttosto agitato, aggiungevo io.
Quando ancora non era obbligatorio tenere accesi i fari anche durante il giorno, a Gino piaceva il rito dell'accensione dei fanali all'imbrunire. Diceva che era come assistere a una fiaccolata. Gli chiedevo: ma tu una fiaccolata l'hai mai vista? Diceva che no, ma dev'essere sicuramente così.
Gino è morto ieri all'autogrill di Cantagallo. L'Adelina ha rivelato che il suo umore era crollato da quando le ragazze del bar gli avevano detto che il convento dei frati di Pontremoli era stato venduto al comune per costruirci un cinema multisala e che i frati si erano ritirati su un eremo nei pressi di La Spezia mettendo fine alla produzione della grappa.
Così Gino ha comprato del lubrificante di nuova generazione, si è chiuso dentro Rita e si è lasciato morire di sete. La scientifica di Pian del Voglio sostiene che in piena disidratazione abbia compiuto un ultimo sforzo e che sia morto facendo l'amore con Rita, perché l'ha trovato appeso per le pudenda al serbatoio del suo camion.
Oggi il meccanico accorso da Casalecchio per un malore di Rita le ha detto che è incinta. Rita non si è scomposta. Nel cruscotto c'era ancora una mezza bottiglia di grappa Sturoduro e un biglietto di Gino che pregava di usarla per battezzare il suo bambino.
Allo stesso modo so che da qualche parte, sulla riva del mare, c'è ancora un ragazzo dai lunghi occhi pensosi che siede paziente davanti ai suoi sogni. E ogni volta che mi piacerà potrò tornare da lui, sentire l'odore del suo alito dolciastro, posare la mia testa sulla sua spalla e sentirmi ancora ragazzina, con le mani tremanti e il fiato pieno di speranze... e dirgli che se ho al mondo un unico rimpianto è quello di non aver permesso ai suoi sogni di vedere mai la luce.
Perché la morte pervade la vita e la vita pervade la morte. E a volte, mentre cammino per la strada senza sapere verso cosa sto andando, spalanco le mie braccia nella brezza della sera, e sento ancora il mio amore che mi scorre sotto i palmi delle mani.
Bonus track:
Patti Smith, Ghost Dance
Gino diceva che i camion sono come le donne e come tali devono essere trattati. Dev'essere per questo che lasciava sempre in giro sul cruscotto enormi latte di fagioli, nella speranza che si cuocessero da sole. Ma i fagioli non si cuocevano mai e Gino finiva sempre con l'imprecare contro Rita, scofandandosi un Camogli. Che accompagnava con un'immancabile bottiglia di grappa Sturoduro, che per le sue budella - diceva - era come una benedizione. Nel vero senso della parola.
Gino aveva la cirrosi e, quando la guardia medica accorsa da Roncobilaccio in seguito a un collasso gli aveva intimato di smettere di bere, per Gino la vita era finita. Ma poi aveva scoperto la grappa Sturoduro. Gino diceva che la producevano dei frati in un convento di Pontremoli e che quei frati non facevano altro che pregare e distillare grappa, tutto il giorno e anche la notte. Diceva che in quel convento con la grappa ci riempivano l'acquasantiera e che la usavano per battezzare i bambini. Diceva che essendo benedetta non poteva fargli male. Ma Gino a Potremoli non c'era mai stato, perché non era mai uscito dall'area di servizio.
Ho conosciuto Gino circa quattro anni fa. Stavo andando a Milano e avevo fatto una sosta perché dovevo pisciare. Lui stava sulla porta, discutendo calorosamente con l'Adelina, la tizia che stava a guardia dei cessi. Era sbronzo e l'aveva scambiata per una mendicante. Non avendo spiccioli con sé, le aveva offerto metà del suo Camogli. L'Adelina (che Gino vantava di aver conosciuto biblicamente una notte di Natale nel gabbiotto del benzinaio) si era offesa da morire e lo stava minacciando di spifferare a Rita che lui aveva scritto il suo numero di targa nel bagno dei signori. Gino non poteva neppure pensare a una cosa del genere: a Rita si sarebbe spezzato il motore.
A volte pensavo che Gino fosse depositario dell'unica fondamentale verità della vita: non c'è niente che non si possa fare; ciò che conta è non far sapere che lo hai fatto.
Gino e Rita litigavano spesso, ma lui l'amava profondamente. A modo suo, Gino era un romantico. A volte sedevamo sul guardrail e guardavamo il sole tramontare, oltre le schiene fluorescenti degli operai dell'Anas che riempivano i sacchi di sale in previsione della neve. Se chiudi gli occhi e ti concentri sul rumore delle auto in corsa, diceva Gino, puoi sentire il mare. Piuttosto agitato, aggiungevo io.
Quando ancora non era obbligatorio tenere accesi i fari anche durante il giorno, a Gino piaceva il rito dell'accensione dei fanali all'imbrunire. Diceva che era come assistere a una fiaccolata. Gli chiedevo: ma tu una fiaccolata l'hai mai vista? Diceva che no, ma dev'essere sicuramente così.
Gino è morto ieri all'autogrill di Cantagallo. L'Adelina ha rivelato che il suo umore era crollato da quando le ragazze del bar gli avevano detto che il convento dei frati di Pontremoli era stato venduto al comune per costruirci un cinema multisala e che i frati si erano ritirati su un eremo nei pressi di La Spezia mettendo fine alla produzione della grappa.
Così Gino ha comprato del lubrificante di nuova generazione, si è chiuso dentro Rita e si è lasciato morire di sete. La scientifica di Pian del Voglio sostiene che in piena disidratazione abbia compiuto un ultimo sforzo e che sia morto facendo l'amore con Rita, perché l'ha trovato appeso per le pudenda al serbatoio del suo camion.
Oggi il meccanico accorso da Casalecchio per un malore di Rita le ha detto che è incinta. Rita non si è scomposta. Nel cruscotto c'era ancora una mezza bottiglia di grappa Sturoduro e un biglietto di Gino che pregava di usarla per battezzare il suo bambino.
mercoledi, 31 gennaio 2007
HANNO AMMAZZATO GINO, GINO E' VIVO
Ve lo voglio confessare: Gino era il mio amico immaginario. Non è mai esistito, se non nella mia testa. Ma nella mia testa è esistito così forte che a volte mi sembrava di vederlo veramente. Potrei descrivervi in maniera dettagliata l'odore del suo alito dolciastro, le sue mani grandi e callose, lo scintillìo d'argento che aveva nei capelli.
Quando è iniziata l'epopea della mia vita che mi portava a Milano con una certa frequenza, era confortante sapere che c'era sempre un Gino ad aspettarmi all'autogrill di Cantagallo, dove sostavo per pisciare. In quei momenti ero sola e lontana da casa e affrontavo il mondo su di un'autostrada, senza sapere verso cosa stessi andando. Così, per sentirmi più sicura, in mezzo a tutto questo ci ho piazzato il mio amico camionista, perché all'epoca ogni volta in cui aprivo bocca per parlare i miei amici facevano il segno del clacson del camion col braccio e ne simulavano il suono.
Quando si è bambini c'è un momento, nella vita di ognuno, in cui capiamo che stiamo diventando grandi. Dall'istante in cui veniamo al mondo la nostra crescita non subisce mai una sola battuta d'arresto (sebbene per certi individui possa sembrare il contrario), ma c'è un momento preciso in cui ne diventiamo consapevoli, come quando in seguito a una fitta improvvisa ci ricordiamo di avere una milza. In genere è sempre il dolore a condurci a una consapevolezza. Il motivo di tanto cinismo da parte di Madre Natura non è cosa che mi è data spiegare: è così e basta.
E' in quel momento che gli amici immaginari vengono consegnati a un'altrettanto immaginaria morte. Che forse serve anche per giustificare quel senso di tristezza che ci sentiamo bussare dentro.
Ebbene, io non ho mai avuto un amico immaginario da bambina. Perché la mia infanzia mi è sempre rimasta un po' appiccicata addosso, così il mio amico immaginario l'ho avuto che ero già bella grande e grossa e viaggiavo in autostrada, lontana da casa, senza sapere verso cosa stessi andando. E oggi che sento che sto finalmente crescendo, ho consegnato il mio amico immaginario alla sua altrettanto immaginaria morte. Così, anche per giustificare quel senso di tristezza che mi sento bussare dentro.
E adesso che Gino non c'è più, quello che ancora mi conforta è il pensiero che, esattamente come la mia mente è riuscita a crearlo una volta, potrà farlo di nuovo, innumerevoli volte. Dunque Gino non è veramente scomparso. Ogni volta che mi piacerà, potrò sostare ancora all'autogrill di Cantagallo e sentire l'odore del suo alito dolciastro, stringere le sue grandi mani callose, vedere quello scintillìo d'argento che aveva nei capelli... e dirgli che a me quella cazzo di grappa m'ha sempre fatto acidità.
Quando si è bambini c'è un momento, nella vita di ognuno, in cui capiamo che stiamo diventando grandi. Dall'istante in cui veniamo al mondo la nostra crescita non subisce mai una sola battuta d'arresto (sebbene per certi individui possa sembrare il contrario), ma c'è un momento preciso in cui ne diventiamo consapevoli, come quando in seguito a una fitta improvvisa ci ricordiamo di avere una milza. In genere è sempre il dolore a condurci a una consapevolezza. Il motivo di tanto cinismo da parte di Madre Natura non è cosa che mi è data spiegare: è così e basta.
E' in quel momento che gli amici immaginari vengono consegnati a un'altrettanto immaginaria morte. Che forse serve anche per giustificare quel senso di tristezza che ci sentiamo bussare dentro.
Ebbene, io non ho mai avuto un amico immaginario da bambina. Perché la mia infanzia mi è sempre rimasta un po' appiccicata addosso, così il mio amico immaginario l'ho avuto che ero già bella grande e grossa e viaggiavo in autostrada, lontana da casa, senza sapere verso cosa stessi andando. E oggi che sento che sto finalmente crescendo, ho consegnato il mio amico immaginario alla sua altrettanto immaginaria morte. Così, anche per giustificare quel senso di tristezza che mi sento bussare dentro.
E adesso che Gino non c'è più, quello che ancora mi conforta è il pensiero che, esattamente come la mia mente è riuscita a crearlo una volta, potrà farlo di nuovo, innumerevoli volte. Dunque Gino non è veramente scomparso. Ogni volta che mi piacerà, potrò sostare ancora all'autogrill di Cantagallo e sentire l'odore del suo alito dolciastro, stringere le sue grandi mani callose, vedere quello scintillìo d'argento che aveva nei capelli... e dirgli che a me quella cazzo di grappa m'ha sempre fatto acidità.
Allo stesso modo so che da qualche parte, sulla riva del mare, c'è ancora un ragazzo dai lunghi occhi pensosi che siede paziente davanti ai suoi sogni. E ogni volta che mi piacerà potrò tornare da lui, sentire l'odore del suo alito dolciastro, posare la mia testa sulla sua spalla e sentirmi ancora ragazzina, con le mani tremanti e il fiato pieno di speranze... e dirgli che se ho al mondo un unico rimpianto è quello di non aver permesso ai suoi sogni di vedere mai la luce.
Perché la morte pervade la vita e la vita pervade la morte. E a volte, mentre cammino per la strada senza sapere verso cosa sto andando, spalanco le mie braccia nella brezza della sera, e sento ancora il mio amore che mi scorre sotto i palmi delle mani.
Bonus track:
Patti Smith, Ghost Dance




