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venerdì, 10 aprile 2009
 

IO NON SONO QUI # 2

martedì, 30 gennaio 2007

CI VORREBBE UN AMICO

Vorrei che adesso vi raccoglieste attorno a me e partecipaste al mio dolore, perché il mio amico Gino è morto.

Gino era un camionista e viveva lungo l'Autosole. Ci viveva insieme a Rita, che era il suo più grande amore. Rita era il suo camion e Gino non la lasciava mai uscire dall'area di servizio Cantagallo, dove si erano incontrati. Come ogni uomo che ami troppo una donna, Gino teneva Rita imprigionata nel suo cuore.

Gino diceva che i camion sono come le donne e come tali devono essere trattati. Dev'essere per questo che lasciava sempre in giro sul cruscotto enormi latte di fagioli, nella speranza che si cuocessero da sole. Ma i fagioli non si cuocevano mai e Gino finiva sempre con l'imprecare contro Rita, scofandandosi un Camogli. Che accompagnava con un'immancabile bottiglia di grappa Sturoduro, che per le sue budella - diceva - era come una benedizione. Nel vero senso della parola.

Gino aveva la cirrosi e, quando la guardia medica accorsa da Roncobilaccio in seguito a un collasso gli aveva intimato di smettere di bere, per Gino la vita era finita. Ma poi aveva scoperto la grappa Sturoduro. Gino diceva che la producevano dei frati in un convento di Pontremoli e che quei frati non facevano altro che pregare e distillare grappa, tutto il giorno e anche la notte. Diceva che in quel convento con la grappa ci riempivano l'acquasantiera e che la usavano per battezzare i bambini. Diceva che essendo benedetta non poteva fargli male. Ma Gino a Potremoli non c'era mai stato, perché non era mai uscito dall'area di servizio.

Ho conosciuto Gino circa quattro anni fa. Stavo andando a Milano e avevo fatto una sosta perché dovevo pisciare. Lui stava sulla porta, discutendo calorosamente con l'Adelina, la tizia che stava a guardia dei cessi. Era sbronzo e l'aveva scambiata per una mendicante. Non avendo spiccioli con sé, le aveva offerto metà del suo Camogli. L'Adelina (che Gino vantava di aver conosciuto biblicamente una notte di Natale nel gabbiotto del benzinaio) si era offesa da morire e lo stava minacciando di spifferare a Rita che lui aveva scritto il suo numero di targa nel bagno dei signori. Gino non poteva neppure pensare a una cosa del genere: a Rita si sarebbe spezzato il motore.

A volte pensavo che Gino fosse depositario dell'unica fondamentale verità della vita: non c'è niente che non si possa fare; ciò che conta è non far sapere che lo hai fatto.

Gino e Rita litigavano spesso, ma lui l'amava profondamente. A modo suo, Gino era un romantico. A volte sedevamo sul guardrail e guardavamo il sole tramontare, oltre le schiene fluorescenti degli operai dell'Anas che riempivano i sacchi di sale in previsione della neve. Se chiudi gli occhi e ti concentri sul rumore delle auto in corsa, diceva Gino, puoi sentire il mare. Piuttosto agitato, aggiungevo io.

Quando ancora non era obbligatorio tenere accesi i fari anche durante il giorno, a Gino piaceva il rito dell'accensione dei fanali all'imbrunire. Diceva che era come assistere a una fiaccolata. Gli chiedevo: ma tu una fiaccolata l'hai mai vista? Diceva che no, ma dev'essere sicuramente così.

Gino è morto ieri all'autogrill di Cantagallo. L'Adelina ha rivelato che il suo umore era crollato da quando le ragazze del bar gli avevano detto che il convento dei frati di Pontremoli era stato venduto al comune per costruirci un cinema multisala e che i frati si erano ritirati su un eremo nei pressi di La Spezia mettendo fine alla produzione della grappa.

Così Gino ha comprato del lubrificante di nuova generazione, si è chiuso dentro Rita e si è lasciato morire di sete. La scientifica di Pian del Voglio sostiene che in piena disidratazione abbia compiuto un ultimo sforzo e che sia morto facendo l'amore con Rita, perché l'ha trovato appeso per le pudenda al serbatoio del suo camion.

Oggi il meccanico accorso da Casalecchio per un malore di Rita le ha detto che è incinta. Rita non si è scomposta. Nel cruscotto c'era ancora una mezza bottiglia di grappa Sturoduro e un biglietto di Gino che pregava di usarla per battezzare il suo bambino.


mercoledi, 31 gennaio 2007

HANNO AMMAZZATO GINO, GINO E' VIVO

Ve lo voglio confessare: Gino era il mio amico immaginario. Non è mai esistito, se non nella mia testa. Ma nella mia testa è esistito così forte che a volte mi sembrava di vederlo veramente. Potrei descrivervi in maniera dettagliata l'odore del suo alito dolciastro, le sue mani grandi e callose, lo scintillìo d'argento che aveva nei capelli.

Quando è iniziata l'epopea della mia vita che mi portava a Milano con una certa frequenza, era confortante sapere che c'era sempre un Gino ad aspettarmi all'autogrill di Cantagallo, dove sostavo per pisciare. In quei momenti ero sola e lontana da casa e affrontavo il mondo su di un'autostrada, senza sapere verso cosa stessi andando. Così, per sentirmi più sicura, in mezzo a tutto questo ci ho piazzato il mio amico camionista, perché all'epoca ogni volta in cui aprivo bocca per parlare i miei amici facevano il segno del clacson del camion col braccio e ne simulavano il suono.

Quando si è bambini c'è un momento, nella vita di ognuno, in cui capiamo che stiamo diventando grandi. Dall'istante in cui veniamo al mondo la nostra crescita non subisce mai una sola battuta d'arresto (sebbene per certi individui possa sembrare il contrario), ma c'è un momento preciso in cui ne diventiamo consapevoli, come quando in seguito a una fitta improvvisa ci ricordiamo di avere una milza.
In genere è sempre il dolore a condurci a una consapevolezza. Il motivo di tanto cinismo da parte di Madre Natura non è cosa che mi è data spiegare: è così e basta.

E' in quel momento che gli amici immaginari vengono consegnati a un'altrettanto immaginaria morte. Che forse serve anche per giustificare quel senso di tristezza che ci sentiamo bussare dentro.

Ebbene, io non ho mai avuto un amico immaginario da bambina. Perché la mia infanzia mi è sempre rimasta un po' appiccicata addosso, così il mio amico immaginario l'ho avuto che ero già bella grande e grossa e viaggiavo in autostrada, lontana da casa, senza sapere verso cosa stessi andando. E oggi che sento che sto finalmente crescendo, ho consegnato il mio amico immaginario alla sua altrettanto immaginaria morte. Così, anche per giustificare quel senso di tristezza che mi sento bussare dentro.

E adesso che Gino non c'è più, quello che ancora mi conforta è il pensiero che, esattamente come la mia mente è riuscita a crearlo una volta, potrà farlo di nuovo, innumerevoli volte. Dunque Gino non è veramente scomparso. Ogni volta che mi piacerà, potrò sostare ancora all'autogrill di Cantagallo e sentire l'odore del suo alito dolciastro, stringere le sue grandi mani callose, vedere quello scintillìo d'argento che aveva nei capelli... e dirgli che a me quella cazzo di grappa m'ha sempre fatto acidità.

Allo stesso modo so che da qualche parte, sulla riva del mare, c'è ancora un ragazzo dai lunghi occhi pensosi che siede paziente davanti ai suoi sogni. E ogni volta che mi piacerà potrò tornare da lui, sentire l'odore del suo alito dolciastro, posare la mia testa sulla sua spalla e sentirmi ancora ragazzina, con le mani tremanti e il fiato pieno di speranze... e dirgli che se ho al mondo un unico rimpianto è quello di non aver permesso ai suoi sogni di vedere mai la luce.

Perché la morte pervade la vita e la vita pervade la morte. E a volte, mentre cammino per la strada senza sapere verso cosa sto andando, spalanco le mie braccia nella brezza della sera, e sento ancora il mio amore che mi scorre sotto i palmi delle mani.



Bonus track:
Patti Smith, Ghost Dance

Juditta | commenti (5)



martedì, 07 aprile 2009
 

IO NON SONO QUI

Un milione d'anni fa. Ma sempre attuale.


Ju Box 2
giovedì, 15 febbraio 2007

DEAD WORLD WALKING
 
Da oggi ho un nuovo scopo nella vita: ricercare ovunque elementi che avvalorino – o smentiscano – la mia ultima teoria.
 
La mia teoria è che il mondo è finito nei primi anni Novanta, ma non ce ne siamo ancora accorti.
O meglio, ci convinciamo di non essercene accorti.

Negli Ottanta il mondo ha raggiunto il suo massimo splendore – come ogni impero, un attimo prima del crollo – e lì si è fermato. Più o meno in quel lasso di tempo in cui i Metallica hanno avuto quel feroce blocco creativo che li ha condotti dalla già sudata consapevolezza decadente del Black Album alla fiacca virata di Load. Che comunque a me è sempre piaciuto, ma ciò non toglie che si tratti di un chiaro segnale che i Metallica – come tutto il resto del mondo – nei primi anni Novanta sono morti.
 
Tutto quello che vive da allora lo fa in una sorta di delay, come quel fenomeno che ci consente di vedere ancora brillare le stelle esplose un botto di tempo fa. Una sfasatura del segnale. Qualcuno ha provato a dargli il nome di Matrix.
 
Ognuno di noi si muove attraverso la trama di questo segnale sfasato con la propria ultima immagine riflessa sulla retina, e in essa ha costruito il suo non-mondo attuale, per illudersi di vivere ancora. E’ per questo che non ci capiamo più, come se stessimo tutti innalzando una nuova Torre di Babele. Perché ognuno di noi vive immerso in una diversa realtà.
 
Tutto è in uno stato di disordine assoluto.

Ce ne accorgiamo, e perciò cerchiamo appigli, per non crollare sotto il peso della verità – che, capirete, è una tragedia. Così Dita Von Teese rispolvera il burlesque. Ozzy Osbourne diventa il protagonista di un reality show e i Metallica vestono Armani e si fanno immortalare in lussuosi portfolio come starlette del pop, segno inequivocabile che il metallo – da sempre sinonimo di emarginazione, lerciume e rivolta – è decaduto, se non viene più percepito come un’identità comune dai suoi stessi esponenti più significativi. Ma non è solo il metallo.
 
Perché siamo tutti morti.
 
Chi lo capisce si lascia finire da un’insensata non-morte, o altrettanto insensatamente non-uccide.

Lo capiscono i pitbull che sbranano i bambini, e lo capiscono i bambini sbranati dai pitbull.

Lo capiscono le madri che sgozzano i figli, per poi spararsi un proiettile in testa.

Lo capiscono le modelle che si rifiutano di mangiare.

Lo capisce quel cretino di Ratzinger che, d’un tratto, si sente in dovere di avvisarci che la vita eterna non esiste.
Lo capiamo noi, che cerchiamo di amarci e non ci riusciamo.
 
Lo ha capito Kurt Cobain, che si è fatto saltare le cervella.

Lo ha capito la sua camicia di flanella, ultimo stendardo stilistico del mondo alla fine della decadenza.
 
Perché, se ci fate caso, ogni epoca storica ha sempre avuto il suo stile preciso, in fatto di costume – sì, proprio nel senso più stretto del termine: all’alba dei tempi c’erano Adamo ed Eva – per chi ci crede – con le foglie di fico; nel medioevo c’erano quei deliziosi abitini a vita altissima che avevano il pregio di nascondere i fianchi troppo larghi di nobildonne e damigelle, e c’erano le cotte di maglia che secondo me si faceva la guerra così spesso per il gusto di indossarle; nell’Ottocento era tutto uno sfarfallar di crinoline. Ma non occorre guardare tanto indietro, basti pensare al Novecento, nel corso del quale ogni decennio ha il suo stile preciso, dagli abiti rubati al Charleston ai metallari-paninari-sorcini-ogni-volta-gli-stessicasini (perfino Jovanotti è morto lì). Fino a che non si è sentito il bisogno di ripescare uno stile dal mucchio del Ciò Che E’ Stato Prima.

Perché dopo non c’era più niente.

Così sono tornati di moda dapprima i pantaloni a zampa d’elefante, e poi gli stivali texani e adesso sulle passerelle è tutto un gran glitterare di gonne a palloncino e scaldamuscoli. L’ultima volta che ho assistito all’imposizione di uno stile è stato alle scuole medie, quando l’uniforme del tipo tosto che-ci-sta-dentro-un-sacco (dentro a cosa? all’epoca storica, ovvio) prevedeva il camicione di flanella alla Cobain e durante le lezioni si era intenti a invecchiarci con pietre pomici e forbici i jeans più grandi di almeno due taglie. Guarda caso, erano i primi anni Novanta.
 
In effetti, il mondo è finito col grunge.

Mio Dio, che brutta fine.


sabato, 17 febbraio 2007

DEAD WORLD WALKING/ME
 
Io sono morta davanti a MTV.
 
Anzi, mi correggo subito.

Nei primi anni Novanta MTV non esisteva ancora. Non sui canali istituzionali nostrani. Esattamente come la prematura morte di Lester Bangs lo ha risparmiato a lui, la fine del mondo ha risparmiato a tutti noi di sciropparcela. Almeno, questo è ciò che si suppone abbia detto Dio a Lester Bangs.
 
Io sono morta davanti a Videomusic.
 
Sulla mia retina c’è un grande sogno bagnato in biancoenero di Chris Isaak su una spiaggia solitaria, che gioca a minnamoro-nononminnamoro con una donna bellissima e nuda che ha una gran voglia di farsi rivoltare come la schiuma dell’onda.
Punto primo.
 
Sulla mia retina ci sono Barbie infilzate su uno spiedo, struggenti in un barbecue di plastica e sorrisi slabbrati.
Punto secondo.
 
Sulla mia retina c’è un Uomo – e poi Dio lo creò – plasmato in un groviglio di capelli sputacchiati ciondolando su una sedia a dondolo – e Dio piantò l’uomo in un giardino, e l’uomo per ripicca piantò la donna dove gli capitava – e mio padre se ne andava chiudendosi la porta sulle spalle per non fare più ritorno, e da allora ogni volta che un uomo mi lascia rivivo quel trauma – perdio, se proprio dovete piantare qualcosa, piantatela di essere tutti mio padre...
Punto terzo.
 
E poi fu la scimmietta.

La scimmietta che mi colpì sulla testa con una noce di cocco, sotto il colossale albero di cedro nel giardino di mia nonna. In verità non ho mai visto la scimmietta: naturale, perché ero già morta. Quando alzai gli occhi, indispettita, e tutto quello che non vidi era un frusciare di rami nel vento. Però l’ho sentita squittire e sparire in tutta fretta tra le fronde. Sono certa che stesse ridendo. Ovvio che stava ridendo. Che morte idiota – deve aver pensato, mentre si rituffava al di fuori del delay.
 
Sapete, non avrei desiderato una fine migliore di quella.Tonc! uno schiocco doloroso nel cervello – ammiocuggino, sapete, una volta è caduto dalla moto e quando gli hanno tolto il casco gli si è aperto il cranio in due. Io non lo so se il mio cranio si è aperto: dovreste chiederlo all’art director del delay che si è creato in quel momento, quello che ha visto e che ha scritto e che sa come sono andate realmente le cose, e che ride di noi guardandoci vagare attraverso l’iperspazio illudendoci di avere ancora un mondo vero sotto il culo. Chissà se quell’art director non è proprio la scimmietta. Chissà se la scimmietta non era Dio. Come vi sentireste se sapeste che la fine del mondo è dovuta a una scimmietta che lancia noci di cocco da un albero che – perdipiù – non ha niente a che fare col cocco? Non so voi, ma io non lo trovo più insensato di quanto non lo sia la vita stessa.
 
Mia nonna poi quel cedro lo ha abbattuto.
Diceva che era troppo grande, e che faceva un sacco di sporcizia. Ma io ho una versione differente. Io credo che avesse capito.
 
 
“Poveri bambini”, disse Herb, “non fotteranno mai”.
Pensai che invece erano stati fottuti. Proseguimmo.
 
(Charles Bukowski, Compagno di sbronze)


Juditta | commenti (3)