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giovedì, 20 novembre 2008
 

DONNA SULL'ORLO DI UNA CRISI DI NERVI

I just want to be left alone

(Lynyrd Skynyrd, Tuesday's Gone)


Qual è l’anello di congiunzione tra l’esigenza di mantenere i propri spazi, mentali e materiali, e il desiderio di avere sempre tutto e subito?
Ve lo dico io qual è. Un esaurimento nervoso. Non dovete temerlo: fa fico. Così come fa fico sgusciare con la punta del dito sulla rondella del vostro scintillante iPod, mentre il farmacista vi invita ad andare al bar all’angolo a prendervi un caffè.
“Ma le pare che abbia bisogno di un caffè?” sbraita il mio fascio di nervi.
Il farmacista mi fissa, serafico.

“Il medicinale che ha richiesto è in preparazione" mi dice. "La stavo invitando a riempire l’attesa.”

Lo inviterei ad andarsene a Fanculo ma capisco che non sono nella posizione per farlo. C’è il mio karma in agguato, là fuori. Vado a comprarmi del tè verde. A scopo depurativo, perché l’esaurimento nervoso mi ha causato uno sfogo cutaneo che ha reso il mio viso la copia sputata di una pizza coi wurstel. Pazzesco. Non ho mai avuto l’acne neanche a tredici anni. Sono in ritardo perfino con lo sviluppo.
 
Comincio a chiedermi quanto tempo impiegherò per arrivare.

Comincio a chiedermi dov’è che alla fine dovrei arrivare.

Comincio a chiedermi: in fondo, l’orario... qual è?
 
Mi chiedo perché mi sto chiedendo tutto questo.

Mi chiedo se una doppia domanda si annulli in se stessa alla stregua di una doppia negazione.

Mi chiedo: ma che diavolo mi sto domandando?
 
Rimetto gli auricolari al loro posto. Rimetto la musica al suo posto. Rimetto le cose al loro posto. La stazione. Sono ancora alla stazione. Il mio istinto mi spinge a ricordare che qua sotto c’è il mio negozio di dischi. Il mio commesso che mi incrocia sorridendo. Nel senso di chiodi e paletti e bum bum, ma tranquilla che tanto il terzo giorno risorgi. Penso, perfetto, tra tre giorni è venerdì. Giusto in tempo per il fine settimana.
 
Comincio a pensare che forse il posto delle cose è la stazione.

Comincio a pensare che forse il posto della musica è la stazione.
Comincio a pensare che forse il mio posto è sempre stato la stazione.
 
Lo pensa anche il pullman, che difatti è in ritardo. La musica no, quella ha sempre un tempismo perfetto. Sto notando che quando hai in circolo la musica giusta il mondo attorno sparisce. Ma poi c’è sempre qualcuno che ti strappa alla tua sonnolenza e ti ricorda che esiste una sorta di comune realtà. Mi sta rivolgendo un gesto inequivocabile.
“Vuoi una sigaretta?” gli chiedo.
Annuisce. Il tizio ha l’aria di portare malissimo i suoi quarant’anni, o giù di lì. Mi sfilo un auricolare per sentire la risposta.
“Io non fumo” è ciò che sento.
Prende la mia sigaretta. Gliel’accendo. Indica la custodia scura di una chitarra alle sue spalle, affidata alla panchina.
“Io suono” prosegue. “Non ho mai fumato.”
Lo dice così. Come se le due cose si escludessero a vicenda.

“E come mai adesso hai deciso di farlo?” gli chiedo.

Scrolla le spalle.

“Il destino.”
Tutto qui.
Il destino.
 
Penso che in tutta probabilità siamo le sole anime rimaste che ancora credono al destino.

Penso che non ho la più pallida idea di cosa significhi essere un’anima.

Penso che ho voglia di una sigaretta e così me la chiedo.
 
A volte è tutto così semplice: basta farsi la domanda giusta. Basta prendere un posto sul pullman vicino al finestrino e srotolare la pellicola che avvolge un nuovo disco. L’emozione di sfogliarne il booklet, ogni volta come se fosse la prima. Mi chiedo se ci saranno scritti i testi all’interno. Mi chiedo sempre se ci sono scritti i testi all’interno. Quando non ci sono mi sento ferita, come un bimbo deluso dal suo regalo di Natale. Quando non ho le parole mi sento incompleta. Alla mia anima manca qualcosa. Ma io non lo so cos’è l’anima, so solo che non è, e Parmenide diceva che pensare il non essere equivale a non pensare. Dunque a quel qualcosa a cui non sto pensando manca qualcosa. E se non la sto pensando quella cosa non esiste, dunque chi se ne frega se le manca qualcosa? D’altra parte, in quanto non esistente si suppone che le manchi proprio tutto. Parmenide mi ha sempre convinta.
 
Poi però le parole arrivano da fuori. Una donna sta gridando, da qualche parte, dietro il pullman che aspetta di partire. Dice “lasciami stare” e poi “aiutami” e poi ancora “lasciami stare.” Penso che tutto il mondo sta desiderando una cosa soltanto. Penso che sono stanca e che voglio andare a casa. Penso al mio nuovo disco e penso che con l’iPod non lo posso ascoltare. Penso che la tecnologia ci dà qualcosa in più e ci toglie qualcos’altro. Nessuno dà niente in cambio di niente. Una doppia negazione e dunque si annulla. Nessuno dà in cambio di. Capirete: non ha senso. D’altra parte niente nel mondo mi sembra oggi avere un senso. Il destino, forse? Quell’uomo con la sua chitarra?
 
Penso che avrei potuto imparare a suonare la chitarra e vivere per lei. Senza bere né mangiare né dormire né fumare. Senza un uomo né una casa a cui tornare. Perché io, sapete, io suono. Ed è una cosa, il suonare, che esclude tutto il resto. Ma ho provato a suonare il sassofono, una volta, e mi sono incagliata sul Bolero di Ravel. Un anno di esercizi su un fottutissimo gilet e poi mi sono ricordata che volevo una chitarra. Mi sono procurata un iPod e ho lasciato che suonasse al posto mio. E mi chiedo se è per l’iPod che adesso sto vivendo. La risposta mi trafigge con orrore. Nel senso di chiodi e paletti e bum bum, ma tranquilla che il Giorno del Giudizio si sta approssimando. Spengo l’iPod e lo infilo nel taschino del giubbotto. Lasciami stare, penso. Aiutami, penso.
 
E’ soltanto un esaurimento nervoso.

Non dovete temerlo: fa fico.



18 gennaio 2007


Bonus track:
The Buzzcocks, Ever Fallen in Love?

Juditta | commenti (17)