
DEAD WORLD WALKING
Da oggi ho un nuovo scopo nella vita: ricercare ovunque elementi che avvalorino – o smentiscano – la mia ultima teoria.
La mia teoria è che il mondo è finito nei primi anni Novanta, ma non ce ne siamo ancora accorti.
O meglio, ci convinciamo di non essercene accorti. Negli Ottanta il mondo ha raggiunto il suo massimo splendore – come ogni impero, un attimo prima del crollo – e lì si è fermato. Più o meno in quel lasso di tempo in cui i Metallica hanno avuto quel feroce blocco creativo che li ha condotti dalla già sudata consapevolezza decadente del Black Album alla fiacca virata di Load. Che comunque a me è sempre piaciuto, ma ciò non toglie che si tratti di un chiaro segnale che i Metallica – come tutto il resto del mondo – nei primi anni Novanta sono morti.
Tutto quello che vive da allora lo fa in una sorta di delay, come quel fenomeno che ci consente di vedere ancora brillare le stelle esplose un botto di tempo fa. Una sfasatura del segnale. Qualcuno ha provato a dargli il nome di Matrix.
Ognuno di noi si muove attraverso la trama di questo segnale sfasato con la propria ultima immagine riflessa sulla retina, e in essa ha costruito il suo non-mondo attuale, per illudersi di vivere ancora. E’ per questo che non ci capiamo più, come se stessimo tutti innalzando una nuova Torre di Babele. Perché ognuno di noi vive immerso in una diversa realtà.
Tutto è in uno stato di disordine assoluto.
Ce ne accorgiamo, e perciò cerchiamo appigli, per non crollare sotto il peso della verità – che, capirete, è una tragedia. Così Dita Von Teese rispolvera il burlesque. Ozzy Osbourne diventa il protagonista di un reality show e i Metallica vestono Armani e si fanno immortalare in lussuosi portfolio come starlette del pop, segno inequivocabile che il metallo – da sempre sinonimo di emarginazione, lerciume e rivolta – è decaduto, se non viene più percepito come un’identità comune dai suoi stessi esponenti più significativi. Ma non è solo il metallo.
Perché siamo tutti morti.
Chi lo capisce si lascia finire da un’insensata non-morte, o altrettanto insensatamente non-uccide.
Lo capiscono i pitbull che sbranano i bambini, e lo capiscono i bambini sbranati dai pitbull.
Lo capiscono le madri che sgozzano i figli, per poi spararsi un proiettile in testa.
Lo capiscono le modelle che si rifiutano di mangiare.
Lo capisce quel cretino di Ratzinger che, d’un tratto, si sente in dovere di avvisarci che la vita eterna non esiste.
Lo capiamo noi, che cerchiamo di amarci e non ci riusciamo.Lo ha capito Kurt Cobain, che si è fatto saltare le cervella.
Lo ha capito la sua camicia di flanella, ultimo stendardo stilistico del mondo alla fine della decadenza.
Perché, se ci fate caso, ogni epoca storica ha sempre avuto il suo stile preciso, in fatto di costume – sì, proprio nel senso più stretto del termine: all’alba dei tempi c’erano Adamo ed Eva – per chi ci crede – con le foglie di fico; nel medioevo c’erano quei deliziosi abitini a vita altissima che avevano il pregio di nascondere i fianchi troppo larghi di nobildonne e damigelle, e c’erano le cotte di maglia che secondo me si faceva la guerra così spesso per il gusto di indossarle; nell’Ottocento era tutto uno sfarfallar di crinoline. Ma non occorre guardare tanto indietro, basti pensare al Novecento, nel corso del quale ogni decennio ha il suo stile preciso, dagli abiti rubati al Charleston ai metallari-paninari-sorcini-ogni-volta-gli-stessicasini (perfino Jovanotti è morto lì). Fino a che non si è sentito il bisogno di ripescare uno stile dal mucchio del Ciò Che E’ Stato Prima.
Perché dopo non c’era più niente.
Così sono tornati di moda dapprima i pantaloni a zampa d’elefante, e poi gli stivali texani e adesso sulle passerelle è tutto un gran glitterare di gonne a palloncino e scaldamuscoli. L’ultima volta che ho assistito all’imposizione di uno stile è stato alle scuole medie, quando l’uniforme del tipo tosto che-ci-sta-dentro-un-sacco (dentro a cosa? all’epoca storica, ovvio) prevedeva il camicione di flanella alla Cobain e durante le lezioni si era intenti a invecchiarci con pietre pomici e forbici i jeans più grandi di almeno due taglie. Guarda caso, erano i primi anni Novanta.
In effetti, il mondo è finito col grunge.
Mio Dio, che brutta fine.
DEAD WORLD WALKING/ME
Io sono morta davanti a MTV.
Anzi, mi correggo subito.
Nei primi anni Novanta MTV non esisteva ancora. Non sui canali istituzionali nostrani. Esattamente come la prematura morte di Lester Bangs lo ha risparmiato a lui, la fine del mondo ha risparmiato a tutti noi di sciropparcela. Almeno, questo è ciò che si suppone abbia detto Dio a Lester Bangs.
Io sono morta davanti a Videomusic.
Sulla mia retina c’è un grande sogno bagnato in biancoenero di Chris Isaak su una spiaggia solitaria, che gioca a minnamoro-nononminnamoro con una donna bellissima e nuda che ha una gran voglia di farsi rivoltare come la schiuma dell’onda.
Punto primo. Sulla mia retina ci sono Barbie infilzate su uno spiedo, struggenti in un barbecue di plastica e sorrisi slabbrati.
Punto secondo. Sulla mia retina c’è un Uomo – e poi Dio lo creò – plasmato in un groviglio di capelli sputacchiati ciondolando su una sedia a dondolo – e Dio piantò l’uomo in un giardino, e l’uomo per ripicca piantò la donna dove gli capitava – e mio padre se ne andava chiudendosi la porta sulle spalle per non fare più ritorno, e da allora ogni volta che un uomo mi lascia rivivo quel trauma – perdio, se proprio dovete piantare qualcosa, piantatela di essere tutti mio padre...
Punto terzo.E poi fu la scimmietta.
La scimmietta che mi colpì sulla testa con una noce di cocco, sotto il colossale albero di cedro nel giardino di mia nonna. In verità non ho mai visto la scimmietta: naturale, perché ero già morta. Quando alzai gli occhi, indispettita, e tutto quello che non vidi era un frusciare di rami nel vento. Però l’ho sentita squittire e sparire in tutta fretta tra le fronde. Sono certa che stesse ridendo. Ovvio che stava ridendo. Che morte idiota – deve aver pensato, mentre si rituffava al di fuori del delay.
Sapete, non avrei desiderato una fine migliore di quella.Tonc! uno schiocco doloroso nel cervello – ammiocuggino, sapete, una volta è caduto dalla moto e quando gli hanno tolto il casco gli si è aperto il cranio in due. Io non lo so se il mio cranio si è aperto: dovreste chiederlo all’art director del delay che si è creato in quel momento, quello che ha visto e che ha scritto e che sa come sono andate realmente le cose, e che ride di noi guardandoci vagare attraverso l’iperspazio illudendoci di avere ancora un mondo vero sotto il culo. Chissà se quell’art director non è proprio la scimmietta. Chissà se la scimmietta non era Dio. Come vi sentireste se sapeste che la fine del mondo è dovuta a una scimmietta che lancia noci di cocco da un albero che – perdipiù – non ha niente a che fare col cocco? Non so voi, ma io non lo trovo più insensato di quanto non lo sia la vita stessa.
Mia nonna poi quel cedro lo ha abbattuto. Diceva che era troppo grande, e che faceva un sacco di sporcizia. Ma io ho una versione differente. Io credo che avesse capito.
“Poveri bambini”, disse Herb, “non fotteranno mai”.
Pensai che invece erano stati fottuti. Proseguimmo.
(Charles Bukowski, Compagno di sbronze)



